Matrimonio gay. L’ennesimo No della Corte Costituzionale


Lo scorso 2 dicembre ci siamo occupati qui di Chiara Bonora, l’italiana che lo scorso autunno si è rivolta alla Corte costituzionale. La donna ha iniziato questa battaglia legale per rendere valido il suo matrimonio anche nel nostro paese. Chiara si è sposata con una spagnola nella terra natale della compagna.

Prima di rivolgersi alla Corte costituzionale Chiara ha provato a far riconoscere il proprio matrimonio a Ferrara, sua città d’origine. Il comune non ha però accolto la richiesta. Secondo le autorità locali il matrimonio di Chiara viola alcuni articoli della Costituzione.

Ieri anche la Corte costituzionale ha respinto la richiesta delle due donne. Secondo la Corte costituzionale il loro matrimonio non è diverso dalle unioni che altre coppie gay hanno provato a rendere legale attraverso la Corte costituzionale. L’organo giuridico, nella propria ordinanza, si rivolge ai casi pregressi di Trento e Venezia.

La Corte costituzionale ha inoltre ribadito che non è suo dovere legiferare o modificare la Costituzione. Il documento cardine di ogni Paese può essere modificato dal Governo. I responsabili della giustizia non possono e non devono sostituirsi agli amministratori.

Il concetto ribadito dalla Corte può non piacere ma è alla basa di non democrazia sana. Per capirlo è sufficiente riflettere su quanto sta accadendo in Rai. Sempre più dipendenti del servizio pubblico si rivolgono ad un giudice per ottenere qualcosa: un reintegro piuttosto che un rimborso. Il giudice puntualmente accoglie le loro richieste. Il dirigente Rai puntualmente non mette in pratica le direttive che gli sono state imposte.

La giustizia per quanto possa impegnarsi non riuscirà mai a risolvere il rapporto malato che c’è tra la Rai e la politica. Può mettere tutto al più una pezza. Sta ad un amministratore valido farsi carico dei problemi del servizio pubblico ed evitare che i dirigenti Rai si facciano influenzare dalle sirene dei partiti alla maggioranza.

Lo stesso ragionamento è valido anche se si ragiona sul matrimonio gay. La giustizia può riconoscere una disparità di trattamenti tra etero e omosessuali ma è il Parlamento che deve aprire il matrimonio alle coppie non formate da un uomo e una donna.

Una scorciatoia non esiste, nemmeno se in mezzo c’è la Corte costituzionale. Sta a noi scegliere i rappresentanti in grado di rappresentarci bene. Fino a quando la maggior parte degli italiani crede che un Governo omofobo sia quello migliore per il paese non ci resta che stare zitti.

Se proprio dobbiamo parlare è giusto farlo con le persone giuste. La stessa determinazione che si può avere con la Corte costituzionale è meglio usarla con l’elettorato. Cosa succederebbe se un cittadino medio si rendesse conto che chi vota discrimina persone a lui care?

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