Strasburgo condanna il Regno Unito per discriminazione verso una lesbica

Strasburgo condanna il Regno Unito per discriminazione verso una lesbicaInteressante sentenza emessa nei giorni scorsi dal Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo che ha condannato il Regno Unito per discriminazione nei confronti di una lesbica divorziata obbligandola a pagare una somma più alta rispetto agli etero per il mantenimento dei figli (affidati al padre).

Per sommi capi la storia è la seguente: quando la donna si separò, il giudice stabilì che doveva versare settimanalmente al marito una certa somma per il mantenimento dei figli. E fin qui tutto normale. Il problema nacque nel 1998 quando la signora iniziò una relazione con un'altra donna con la quale andò a vivere. La legge britannica permette, infatti, che le persone divorziate che formano una nuova famiglia possano ridurre le spese di mantenimento che versano all'ex. Ma, a quanto pare, questa legge vale solo se la nuova famiglia è eterosessuale.

Nel corso degli anni, le sentenze dei vari tribunali britannici hanno dato ragiona alla donna, considerando una vera e propria discriminazione il fatto che lei doveva continuare a pagare solo perché lesbica. Ma quando nel 2006 la causa è giunta al Tribunale Supremo la donna ha perso per quattro voti contro uno.

Ora la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha ritenuto che, effettivamente, c'è stata una violazione all'articolo 14 della Convezione Europea dei Diritti dell'Uomo (che vieta la discriminazione basata “sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o di altro genere, l'origine nazionale o sociale, l'appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita o ogni altra condizione”) così come anche dell'articolo 1 del Protocollo addizionale di questa convenzione (che protegge la proprietà). La Corte di Strasburgo ha ordinato quindi al Regno Unito di versare un indennizzo alla donna di oltre ventimila euro.

Da notare che tre dei giudici che hanno emesso la sentenza hanno aggiunto un voto particolare nel quale segnalano che la sentenza avrebbe dovuto considerare violato anche l'articolo 8 della Convenzione che sancisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Foto | Flickr

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