Intervista. Queerblog incontra Marco Politi, autore di “Io, prete gay”

Gianni Geraci, in uno dei passaggi dell’intervista che ha rilasciato a Queerblog.it, ha citato Io, prete gay. In molti, come abbiamo già potuto osservare durante l’estate, hanno riportato all’attenzione il libro che Marco Politi (vaticanista di Repubblica passato al Fatto) pubblicò nel 2006.

A quattro anni di distanza dalla prima stampa abbiamo deciso di incontrare il giornalista per capire se le critiche che in molti hanno fatto a Panorama, che sui preti omosessuali ci ha fatto un’inchiesta lo scorso luglio, hanno o meno un fondamento.

Nelle ultime settimane ha fatto discutere molto il servizio di Panorama riguardante i preti gay? Ha avuto modo di leggerlo? Cosa ne pensa?
Al di là delle polemiche suscitate – e dei problemi che si pongono in merito alla privacy delle persone fotografate – ritengo che l’inchiesta abbia riportato l’attenzione del pubblico su un problema antico: la vita scissa che fanno molti preti. Impeccabili dal pulpito la domenica e poi totalmente liberi nei rapporti sessuali – sia etero che gay – in altri momenti. La Chiesa generalmente chiude gli occhi su questo fenomeno, ma è così.

Un giornalista del Giornale prendendo le distanze dal lavoro di Panorama ha citato il suo libro "Io, prete gay" sostenendo che la sua produzione è migliore. Per chi non avesse avuto modo di leggere il suo manoscritto ci può ricordare di cosa scrive? In cosa differisce dall'inchiesta di Panorama?
Io prete gay, che si può trovare negli Oscar Mondadori, l’ho voluto scrivere per raccontare proprio queste vite doppie. Nella loro cruda verità ma senza ammiccare al lettore come se gli fornissi un racconto a luci rosse. È la testimonianza autentica di un sacerdote, che vive a Roma ed è pienamente inserito nelle strutture ecclesiastiche, il quale scopre nella maturità la propria tendenza omosessuale.

Si verifica in lui una vera e propria “esplosione” fisica e psicologica. Ha dei rapporti, si pente, ricomincia, vorrebbe fermarsi, poi inizia un’esistenza di rapporti selvaggi. Passerà anche attraverso l’esperienza di una relazione gay di coppia stabile, diciamo quasi matrimoniale, e poi si riavvicinerà alla sua missione di prete. La cosa che tantissimi lettori hanno trovato interessante è il racconto in presa diretta di un uomo di fede che scopre il proprio corpo e tenta di raggiungere un equilibrio tra sessualità e vita di sacerdote.

Pare che il Vaticano dopo la pubblicazione dell'inchiesta abbia chiesto ai propri sacerdoti omoerotici di fare coming out. Lei, che conosce bene le istituzioni religiose cosa suppone che accadrà?
Il Vicariato di Roma ha reagito con un duro comunicato, ma a quanto sembra i preti descritti da Panorama sono tuttora al loro posto. So per esperienza che in molte strutture ecclesiastiche si sa bene che un prete ha l’amante (uomo o donna che sia), ma i superiori non lo mandano via come ufficialmente dovrebbero.

Fanno finta di ignorare la cosa per “non dare scandalo” e soprattutto per non doversi privare di un sacerdote. Con il costante calo di preti è diventato un problema dover “sostituire” una persona che è stata cacciata.

Dal 2000, anno in cui a Roma è stato organizzato il World Gay Pride, per la comunità omosessuale in Italia non è cambiato molto dal punto di vista giuridico. Per l'esperienza che ha maturato in qualità di vaticanista ci può spiegare come è cambiato il rapporto tra la Chiesa e il Vaticano?
Il Gay Pride tenutosi a Roma proprio nell’anno del Giubileo ha avuto psicologicamente un grande impatto negli ambienti ecclesiastici. È stato occasione di dibattiti, di discussioni interne. Credenti e non credenti hanno potuto vedere nella grande manifestazione l’omosessualità non nel suo carnevalesco di “sfilata”, ma soprattutto nel suo aspetto quotidiano di tante persone, che sono il vicino della porta accanto o il collega di lavoro, che vivono la loro omosessualità con la stessa naturalezza di un rapporto eterosessuale.

Vennero alla manifestazione anche tanti romani qualunque, non omosessuali, anche coppie con i bambini in carrozzella: segno di una comprensione e di una accettazione psicologica impensabile qualche decennio fa.

All’interno ella Chiesa cattolica sta crescendo tra parroci e anche in parte dei vescovi la consapevolezza che omosessualità non è sinonimo di perversione, ma un modo di esprimere la propria sessualità. E che sarebbe follia volerlo “curare” come pretendono alcuni ambienti fanatici. Esiste tuttavia nella Chiesa-istituzione uno zoccolo duro, forse ancora maggioritario, che considera l’omosessualità un peccato e un grave disordine rispetto ad una supposta legge di natura. Almeno i documenti dicono così.

In Italia il numero di gruppi di preghiera omosessuali stanno aumentando. Perché secondo lei? Il Vaticano, a differenza dei singoli vescovi sul territorio, non li riconosce?
Esistono gruppi di preghiera omosessuali, tante piccole associazioni di gay cattolici, che quest’anno hanno tenuto alla luce del sole il loro primo convegno nazionale addirittura in uno stabilimento scolastico gestito da religiosi! Per di più a pochi chilometri da Roma. È vero, “sul territorio” le cose stanno lentamente cambiando.

Le gerarchie vaticane, tuttavia, hanno ancora una grande paura di riconoscere questa realtà nella sua naturalezza. Ma come è mutato radicalmente negli ultimi cinquant’anni l’atteggiamento delle Chiese protestanti, così sarà inevitabile anche per la Chiesa cattolica arrivare nei prossimi decenni a riconoscere i gay come credenti con pari diritti.

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