Omosessualità e pregiudizi secondo Tullio De Mauro


Chi ha avuto il piacere di conoscere Pasquale Quaranta, sa che parliamo di una persona colta, affabile, dolce, un credente coraggioso che non ha rinunciato alla sua fede e non l'ha barattata con una omosessualità negativa. Il suo è un "Dio della libertà" che accompagna altri uomini di fede come Franco Barbero, il don Milani delle persone omosessuali, non a caso amico sincero di Quaranta. Pasquale è parecchio attivo sul fronte delle battaglie per i diritti civili lgbt partendo dalla sua Salerno per poi essere là dove la sua testimonianza critica può servire ad altri; aiutarli nel difficile cammino e rapporto con gli altri. Tiene parecchio aggiornato un sito dove tenta -e ci riesce - un dialogo con chi si pone domande e cerca risposte; con coloro che sentono la necessità di una partecipazione attiva al movimento, ai suoi desideri e ai suoi problemi.

Recentemente, partecipando a Roma ad un convegno su “Pensiero e parole. Come il linguaggio condiziona la vita delle persone” promosso da Enzo Marzo della Società Pannunzio, Pasquale Quaranta ha intervistato il professor Tullio De Mauro, senza dubbio il più dotto linguista italiano. Con lui Pasquale ha parlato di omosessualità e mass media, là dove il linguaggio diventa ombroso, differente, marchiato da un insano razzismo e omofobia. E' spesso, sembra dire De Mauro, il linguaggio usato opportunamente e inopportunamente a veicolare i pregiudizi; vi ricordate, ad esempio, quando davanti a un fatto di cronaca nera che coinvolgeva un gay, si scriveva: "delitto a sfondo gay"; o all'apparire dell'aids, i giornali tutti scrissero: "Peste gay". Avviene ancora, maggiormente sugli immigrati, ma anche verso gli omosessuali o le transessuali.

Sprona un ilare sorriso, quando De Mauro non ricorda l'acronimo lgbtq o la differenza tra "outing" e "coming out", che da bravo italianista liquida: "Beh… però mi pare proprio un cattivo uso dell’inglese."

Con lucida interpretazione, lo studioso di linguistica italiana De Mauro, dice quello che pochi riescono a elaborare nel rapporto tra noi e la gerarchia cattolica; ovvero che sui diritti lgbtq non esiste un oscurantismo che dilaga per il Paese perché cattolico. Da noi, spiega, si fa fatica a parlare nei luoghi di cultura, nelle università, di tematiche che riguardano gli individui lgbtq:

“C’è un fondo reazionario della nostra cultura che si serve del cattolicesimo italiano come una foglia di fico - risponde De Mauro a Quaranta -. In realtà sono le classi dirigenti, miscredenti, laiche a modo loro per così dire, che lavorano per rendere la vita difficile a chi vuole costruire un paese più eguale e più democratico. E naturalmente Santa Madre Chiesa nella versione della Conferenza Episcopale delle volte, molto spesso, regge la coda a questo. Ma bisogna stare molto attenti. Perché la prima reazione alla sua domanda sarebbe: «Perché siamo un Paese cattolico». Ma ci sono Paesi cattolici in cui non è così. E non è necessario che la Chiesa sia reazionaria. È usata e si fa usare, ben volentieri magari, per avere quattro soldi in più da qualche parte…”

Poi in tempi in cui in chi ci governa, pensa ad un cambiamento radicale della nostra Carta Costituzionale, De Mauro ricorda l’articolo 3, comma II, della Costituzione della Repubblica italiana che parla di pari partecipazione senza differenze, tra l’altro, di sesso, e quindi di orientamento sessuale. Ma come molti sanno, rischiamo di cambiare la Carta senza neppure conoscerla, e senza averla mai applicata veramente.

Foto | P40

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