Aziende gayfriendly? Nessuna in Italia


Se in questi giorni vi capiterà di andare a fare shopping-charity alla mostra mercato di "Convivio", in Fiera a Milano, non fate l'errore di pensare, come è accaduto all'amico che mi accompagnava all'anteprima, che i marchi presenti con le loro merci scontate del 50 per cento, si potessero definire aziende gayfriendly, ovvero quelle che, nella loro politica aziendale interna, mirano apertamente all'eguaglianza e ai diritti dei propri dipendenti apertamente omosessuali. "Convivio", ho dovuto spiegare, è una splendida e lodevole iniziativa creata per raccogliere fondi da destinare all'Anlaids e a programmi di intervento verso alcune popolazioni infelici e bisognose di aiuto. Stop! L'omosessualità non c'entra nulla. Ho spiegato anche (con certificata irritazione dell'amico) che le aziende italiane, comprese le importanti maison di moda presenti in Fiera, sono niente affatto sensibili a replicare molte aziende estere che sentono come risorsa il mercato omosessuale e non investono neppure sulle loro risorse umane gay, creando un divario tra personale omosessuale e eterosessuale. Di più: se sei gay o lesbica (per non parlare delle transessuali), il posto di lavoro diventa a rischio.

A darmi man forte su questo versante è Equality Index, che ogni anno stila una classifica dell’International Gay and Lesbian Chamber of Commerce (Iglcc, Camera di Commercio Gay e Lesbica Internazionale), facendo un punto indiscusso su quali aziende multinazionali risultano essere tra le più attente sui diritti dei propri dipendenti omosessuali. Tra le prime cinque a scalare la classifica: Ibm, Google, BT Group, Morgan Stanley e Cisco Systems.

Italiane? Nessuna. A spiegarlo è il presidente della Camera di Commercio Gay e Lesbica Internazionale, Pascal Lépine che spiega come le iscrizioni all’Equality Index, quest'anno, siano state accolte da venticinque compagnie internazionali che fatturano qualche miliardo di dollari l'anno e che hanno 2,2 milioni di personale sparso in 220 paesi. A valutare il tutto c'è anche un comitato internazionale composto da gay, lesbiche e transgender. A fare la parte del leone, ovviamente, l'America, nonostante la recessione economica.

Come si misura il cosidetto "Progetto di parità"? Seguendo una scala di valori che va da una politica scritta di non discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale , identità di genere ed espressione di genere; alla parità dei benefici dei convivente, all'estensione delle leggi (dove ci sono) come quella dell'assistenza sanitaria o dei permessi per aiutare il partner in caso di necessità; ad una attenta e adeguata pubblicità dei prodotti che sia rispettosa per la comunità LGBT.

C'è da dire, che molte di queste multinazionali operano anche in Italia, sarebbe da capire e approfondire se la loro politica gayfriendly includa il personale italiano. Ce lo faremo spiegare.

Quel che è certo è che nessuna azienda italiana ha partecipato quest’anno all’Equality Index. Sul tema, Ivan Scalfarotto, ex manager di una multinazionale, che per molti anni lo ha portato a vivere e operare all'estero, oggi vice presidente del Pd, dice:

“In Italia non si fa coming out in azienda. Non c’è alcun incentivo, nessun eventuale benefit per il partner. La sessualità è legata alla socialità e nelle aziende moderne è difficile lasciare fuori la socialità dall’ufficio. Si va a cena con colleghi e fornitori, ci sono eventi comuni, e si parla della propria vita. L’omosessuale che non lo fa non si integra e subisce rallentamenti di carriera.”

E dire che il presidente di Egma, l’associazione europea di manager gay e lesbiche e membro del comitato organizzativo dell’Index, è proprio l'italiano Angelo Caltagirone.

Che un po' di colpa l'abbiamo anche noi se manca un “diversity management” e una promozione della visibilità gay e lesbica in azienda? Ci piacerebbe sentire la vostra.

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