Fede e omosessualità. Quando il confessionale diventa ricatto


Lo scorso anno, un ragazzo diciassettenne umbro, forse per liberarsi da un peso insopportabile, probabilmente convinto che i suoi genitori lo avrebbero capito, dichiarò la sua omosessualità in famiglia. Le reazioni da parte del padre furono le peggiori e le più tragiche: cacciò il figlio da casa e, alla madre che tentava una mediazione a favore, minacciò il divorzio. I due genitori, come avviene in molti casi del genere, si rivolsero poi al prete locale per avere un consiglio: "fatelo esorcizzare", fu la laconica risposta. Certo, non tutti i genitori somigliano a quel padre come non tutti i sacerdoti liquidano la questione con il rito che, in casi del genere, accomunerebbe l'omosessualità alla possessione diabolica. Che l'omosessualità sia un argomento controverso in seno alla chiesa cattolica, ce lo ripetono quotidianamente le cronache e, soprattutto, le vicende personali di chi crede ed è omosessuale, passando ora da incallito peccatore a una misericordia e un probabile perdono sotto il ricatto della verginità. Puoi essere omosessuale ma sacerdotale, senza rapporti intimi, senza pulsioni. Solo in quel caso esiste una probabile accettazione e perdono. Una ipocrita sentenza senza appello, visto quello che succede negli apostolici palazzi e nelle parrocchie.

A provare di quanto l'amore omosessuale sia trattato in maniera scomposta, qualche anno fa, un cronista girò alcune chiese di Roma imbucandosi nel confessionale e ponendo a tutti i confessori la fatidica domanda: "Sono omosessuale e credente, come posso conciliare le due cose? La chiesa mi condanna o vi è una possibilità di salvezza?" Quello che venne fuori fu un corollario di savonaroli incalliti; di preti che parevano conoscere bene l'argomento ma poco propensi a trattarla con l'umana redenzione. E se, invece di un gay è una lesbica a confessare l'attrazione per un'altra donna? Ci ha provato una cronista dell'Unità che ha ripetuto la propria dichiarazione a dieci sacerdoti diversi nelle chiese della Capitale.

Anche oggi come ieri, qualcuno non si è scomposto, qualche altro ha provato a dare rimedi da esclusione dalla comunità ecclesiastica. Probabilmente la figura femminile della "peccatrice" ha indotto alcuni sacerdoti a più miti consigli, ad una maggiore comprensione, a patto che "non si pratichi". Fu l'allora cardinale Ratzinger che nel 1986, a guida della Congregazione per la dottrina della fede, fece sentenziare: "l'omosessualità non è un peccato in sé, ma resta un comportamento cattivo dal punto di vista morale e un'inclinazione oggettivamente disordinata". Alla fine, insomma, anche la cronista "lesbica" ne esce con le ossa frantumate, a sentire certe prosopopee sacerdotali.

C'è un viceparroco trentenne che prova a spiegare che per la chiesa ogni comportamento disordinato ed estremo è sottoposto a condanna. Poco conta che venga da omosessuali o da eterosessuali. Oppure quel prete che, parecchio imbarazzato, cerca una via di scampo nei marasmi dell'incertezza e molto dell'ignoranza:

"Siamo proprio sicuri? Esiste una diagnosi clinica che accerti l'omosessualità? Perché forse è un fatto passeggero, qualcosa di curabile. Datti al volontariato, togliti questo chiodo fisso, abbi uno scopo".

Come se l'amore tra due persone non sia di suo uno scopo nobile, umano, da sostenere, persino da auspicare e desiderare. Come se non esistessero omosessuali, credenti e no, che fanno volontariato, che spendono la loro vita migliore al servizio di altri. E soprattutto, l'ancora, fasulla, marciscente analisi di una omosessualità da diagnosi clinica.

Il giro penitenziale riserva altre sorprese; altre "sentenze" che lasciano poco spazio ad interpretazioni personali o a vie di fuga; qualcuno appare persino dogmatico dietro la grata del confessionale: penitenza e astinenza, nulla di più, impossibile di meno.

Il migliore incontro però, la cronista la fa proprio nel luogo più sacro e inviolabile della chiesa cattolica, a San Pietro, dove si imbatte in un prete sudamericano. Vale la pena riportare il racconto:

"Pochi secondi di silenzio e poi, arriva la provocazione: 'Ti auguro di trovare una bella ragazza, cosa vuoi che ti dica?'. Poi il registro diventa politico: 'È un problema che hanno tutte le minoranze quando chiedono il riconoscimento di alcuni diritti civili. In Italia non esiste una lobby gay, mentre c'è ed è fortissima, la lobby della chiesa cattolica. In quale altro posto i politici fanno la fila per parlare con un cardinale?".

Che la cronista si trovi di fronte ad un uomo di chiesa diverso, sta nel seguito di quel che quel prete dice:

"Cosa dovremmo fare noi omosessuali? Darci fuoco tutti per urlare alla chiesa e al mondo che esistiamo? Sulla pratica omosessuale, che problema c'è? Basta rompere il meccanismo di colpa e innescarne uno positivo, sentirsi in armonia con se stessi. Non c'è nulla di sbagliato nell'amore, quando è tra adulti consenzienti".

Qualcuno, in occasione della recente visita papale a Malta, pare abbia scritto una lettera al pontefice, chiedendo da omosessuale, una risposta chiara che, probabilmente, solo il papa poteva riuscire a dargli, su cosa avrebbe dovuto fare. Ma di questo ne parleremo in altro post.

La chiesa cattolica oggi è un coacervo di miriadi di posizioni sul tema dell'omosessualità. Non tutto è da deprecare, ma molto, troppo si rifugia in un ricatto insostenibile, spesso inaccettabile e disperato per la chiesa stessa.

Foto | No Vat

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