Interviste gay su Vanity Fair: le storie di ragazzi gay e ragazze lesbiche cacciati e allontanati dalle famiglie

Interviste gay su Vanity Fair: le storie di ragazzi gay e ragazze lesbiche cacciati e allontanati dalle famiglie

La settimana scorsa mi è "capitato" (ok, lo ammetto, lo compro ogni settimana...) di sfogliare "Vanity Fair" e ho letto un articolo molto interessante, crudo e diretto, senza retorica, su alcuni drammatici esempi di situazioni familiari gay senza il sognato "Happy ending". Anzi, in certi casi, il rischio era l'opposto: la brutta fine.

Nel centro di Montpellier, in Francia, esiste un centro per i giovani gay cacciati dalle famiglie. Si chiama Refuge e accoglie alcuni ragazzi e ragazze abbandonati e rifiutati dai propri genitori e parenti. E alcune di queste storie narrate sono davvero agghiaccianti. Violenze fisiche, psicologiche conducono alla fine di un rapporto con persone legate da vincoli sanguigni. E l'unica soluzione è una fuga, è fuggire lontano, sperando di non essere mai ritrovati.

Cècilia per esempio, non è mai stata accettata dalla madre che si vergognava di lei, in pubblico e che a 22 anni l'ha letteralmente buttata fuori di casa:

"Mia madre, quando uscivamo insieme mi chiedeva di cambiare marciapiede: 'Sei troppo mascolina, mi vergogno a farmi vedere con te'. A 22 anni mi ha messo le valigie sul pianerottolo. Non c'era più spazio per me in una casa rispettabile. Sono finita in mezzo ad una strada, chiedevo l'elemosina per comprarmi il cibo e le sigarette, e la sera cercavo ospitalità a casa di amici, finchè mi sono ridotta così male che nessuno voleva più avvicinarmi. Se non avessi trovato il Refuge, mi sarei lasciata morire"

Il destino si è anche avventato con maggiore crudeltà e spietatezza con un altro ragazzo, Mika, ospite del centro. E' stato dato in affidamento a tre anni ad una famiglia molto cattolica del Nord della Francia ma il suo coming out ha creato una ferita irreparabile con i genitori adottivi, oltre alla scoperta successiva di un cancro rarissimo alle ossa da cui è guarito da poco:

"Consideravano la mia condizione peccaminosa, mi chiedevano di pentirmi e tornare sulla retta via. Per loro l'omosessualità è una perversione da combattere con la fede. La rottura è stata definitiva. Allora ho commesso l'errore di tornare dalla mia madre naturale: è stato devastante. 'Non ti ho abbandonato a 3 anni per riprenderti frocio a 18'. ha risposto alla mia domanda di aiuto"

Infine, Sofiane. un ragazzo di origine algerina cresciuto dalla zia in un quartiere diroccato parigino:

"Per anni ho nascosto la mia omosessualità a tutti. Avevo paura, nel mio quartiere quelli come noi venivano presi a sassate- Mi sono svegliato un giorno e ho letto nel giornale che, in una cantina, avevano bruciato vivo un ragazzo gay. 'Hanno fatto bene ad arrostirlo come un pollo, quel frocio' dicevano i miei amici. Non ce l'ho fatta più. Ma quando mi sono sfogato con la zia, confessando quello che ero, la sua reazione è stata violentissima. Mi ha chiuso a chiave in una stanza, quasi senza cibo, per settimane. Nella religione musulmana, l'omosessualità è un peccato gravissimo, e un gay in famiglia è una vergogna. Alla fine sono fuggito. E solo oggi sono tornato a vivere"

E queste sono solo alcune delle tristi storie che abitano il Refuge, ma anche tante altre città e altre realtà, nelle quali, quotidianamente un ragazzo gay o una ragazza lesbica, subiscono le torture psicologiche e fisiche peggiori. Senza possibilità di fuga.

Foto | Le-Refuge

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