Giallo su "Petrolio" l'opera incompiuta di Pier Paolo Pasolini

Giallo su \"Petrolio\" l\'opera incompiuta di Pier Paolo PasoliniDovremmo obbligarci a conservare la memoria storica di uomini e donne di cultura, di scienza, di letteratura e arti, che hanno parlato e vissuto un mondo dove la loro omosessualità era presente, conservata e trasparente. Uomini e donne come altri se non fosse che la loro arte, la loro cultura e scienza non li ponesse nell'olimpo dei grandi; di quegli uomini e di quelle donne che svelavano la loro e altrui vita in un magnifico e sorprendente racconto, irrinunciabile persino a quanti quella loro e altrui omosessualità era invisa, disprezzata, da macello. Pier Paolo Pasolini, era tra questi. Un uomo mite, quasi un tenero pargolo mai cresciuto per la sua dolcezza, ma grande, immenso, geniale, in un compendio dove il cinema, la letteratura, la poesia, la politica, l'arte, si ritrovavano a parlare per bocca di quest'uomo. E ogni volta era un miracolo, uno svelare le umane passioni, le nostre debolezze e le nostre meschinità. Sempre controcorrente Pasolini, ma lucido nel rappresentare il nostro Paese per quel che era, e in qualche modo è rimasto: Un Paese orribilmente sporco.

Di lui si torna a parlare, in questi giorni, a causa di un suo libro, l'ultimo, incompiuto:Petrolio. C'è un capitolo manoscritto, non inserito nel libro pubblicato postumo nel 1992 da Einaudi, di 70 pagine, che pare sia ricomparso nelle mani di un cultore di libri antichi, Marcello Dell'Utri, conosciuto ai tanti per altre vicende meno nobili. Dell'Utri, annuncia, in coda a una conferenza stampa di presentazione della Mostra del Libro Antico ai primi di marzo, che (probabilmente) verranno esposti i famigerati fogli di Petrolio. È una notizia forte e se ne occupano tutti i mass media. Poi cala il silenzio accompagnato dai se, dai forse, dai ma. Petrolio non è solamente un romanzo, tanto che Pasolini così lo spiega all'amico del cuore, Alberto Moravia:

"Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di "summa" di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie. È un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia".

Come in altri suoi scritti e indimenticabili editoriali pubblicati sul Corriere della Sera, anche in Petrolio, Pasolini avvisa che quella sua ultima opera, presaga di una fine crudele, narra quel che lui ha sempre fatto: la denuncia di un mondo oscuro, misterioso; il racconto di una Italia di intrighi e poteri: il caso Eni, la misteriosa morte di Mattei, un mondo politico-economico sporco e losco.

Le 70 pagine non spuntano fuori, tanto che, allarmato, Walter Veltroni porta il caso in Parlamento e allerta le forze dell'ordine:

"Se questo capitolo esiste, - chiede Veltroni - come è arrivato nelle mani di Dell'Utri? Chi lo ha portato via da casa Pasolini, chi lo ha consegnato a mani diverse di quelle della famiglia o dei curatori dell'opera di Pasolini? Ma se, come dice la famiglia, questo capitolo non esistesse, di cosa stiamo parlando?".

Da lì il passo è breve, tanto da far ipotizzare allo stesso Veltroni: "Ci troviamo in una fattispecie di reato". In Parlamento, legge quanto dichiarato da Dell'Utri, ovvero che quel capitolo "misterioso" avrebbe fatto luce sulla morte di Pasolini, su Cefis, sun Enrico Mattei e sull'Eni. Una pagina più che importante della storia del nostro Paese.

La questione finisce con l'investire il ministro della Cultura, Sandro Bondi, che dichiara:

"Sono interessato a capire, a fare luce sulla vita di uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese, sulla sua vita drammatica e su degli aspetti ancora oscuri del nostro Paese. Dell'Utri mi ha confermato che effettivamente avrebbe letto un manoscritto di circa 70 pagine che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo".

A noi di certo, come a tutti, interessa poter conoscere i "misteri" di quella Italia; e interessa da sempre conoscere la verità sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Ma è, da quel che vediamo, una speranza disperata. In un libro pubblicato da Garzanti nel 1977, curato da un'altra irrinunciabile amica di Pier Paolo, Laura Betti, (Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte) si legge:

"Che Pasolini è morto in una maniera intonata non già alla sua vita ma ai pregiudizi e alle convinzioni della società italiana; ossia non per colpa sua ma per colpa degli altri. In altri termini e per dirla con chiarezza definitiva: Pelosi e gli altri come lui sono stati il braccio che ha ucciso Pasolini; ma i mandanti del delitto sono una legione, in pratica l'intera società italiana".

Anni fa, parlando con il senatore Guido Calvi, amico dello scrittore e difensore della famiglia Pasolini, per Gay.it, gli chiesi tra le altre cose, cosa era l'Italia dei tempi di Pasolini, del perché nell'inchiesta di Guido Salvini sull'eversione nera, si parlava di omosessualità usata come arma dall'Ufficio Affari riservati del ministero dell'Interno. Trascrivo quei passi salienti.

Violenze che hanno toccato gangli dello Stato se, nell'inchiesta di Guido Salvini sull'eversione nera, si parla di omosessualità usata come arma dall'Ufficio Affari riservati del ministero dell'Interno.
Certamente, basti pensare a quello che è successo nei Servizi che raccoglievano dossier sugli aspetti della sessualità di noti esponenti politici.

E ricattavano.
Erano i fascicoli Sifar che venivano utilizzati per ricatti politici.

Può entrarci 'l'affaire' Pasolini?
Credo proprio di sì, perché era questo il terreno culturale in cui nasceva quella violenza. Non dimentichiamo che Pasolini era attaccato da destra e da sinistra, solo che essendo il più grande intellettuale italiano del '900 reggeva benissimo la polemica.

Quali furono i maggiori errori nell'inchiesta. Si parlò di un carabiniere, Sansone, che fece dei nomi.
Errori se ne fecero a iosa, ma io non credo che si debba trovare nella piccola criminalità comune la risposta. Non si uccide Pier Paolo Pasolini così: potrebbe essere la mano armata ma, non vi è dubbio che il disegno era molto alto, se non addirittura istituzionale.

Ecco allora la necessita, quasi l'obbligo di vederci chiaro in tutta questa faccenda di Petrolio e della morte da passione e crocefissione di Pier Paolo Pasolini. La verità appartiene a tutti noi, omosessuali e non; appartiene ad un Paese che è stato e continua ad essere lacerato, dove la memoria storica stenta a sopravvivere e invece ci dovrebbe obbligare tutti a non smarrirla, a farla vivere per noi stessi e per i posteri. Senza storia, che siamo?

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