Aurelio Mancuso: "Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta"

Aurelio Mancuso: "Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta"Cessata la sua attività come presidente nazionale di Arcigay, Aurelio Mancuso non è uscito dalla scena politica e di lotta del Movimento lgbt italiano. In tanti lo hanno criticato, e molti sono stati probabilmente i suoi errori. Per chi lo conosce sa che ha dato impegno e forza ad Arcigay, portando diverse battaglie in piazza e facendo sentire la voce militante sui diritti civili negati alla politica. Smessi i panni di presidente di Arcigay, lo abbiamo incontrato per trattare con lui diversi temi che stanno a cuore a tutti. Di certo, le acrimonie, in un movimento come il nostro, così frastagliato e diviso, servono a poco. È certo che al di là delle proprie o altrui valutazioni, coloro che conoscono il movimento devono poter continuare a svolgere un ruolo di sfida e di impegno per dare un contributo alle nostre decennali battaglie. Aurelio, come Grillini o Gottardi e altri, fanno parte di questa pletora di persone, che in questi anni hanno fatto crescere molti di noi, il movimento, la società civile.

Cominciamo da Perugia. Cosa non è andato tra i delegati Arcigay che alla fine si sono divisi su molte cose?
Le premesse per un Congresso di forti divisioni c’erano tutte: si sono confrontate due mozioni che non contenevano differenze sostanziali sugli obiettivi politici, quanto sull’idea di come gestire e rinnovare Arcigay. Durante le giornate perugine sono emerse forti distanze e anche conflitti, ma bisogna ricordare che per esempio la Commissione politica ha approvato tutti gli ordini del giorno all’unanimità, cosi come le altre commissioni hanno lavorato bene. Sull’elezione di presidente e segretario nazionali era inevitabile che emergesse un contrasto anche di tipo personale. Credo però che Arcigay sia già impegnata ad andare oltre

Paolo Patanè e il nuovo segretario Nazionale intendono rifondare Arcigay. Smessi i panni di presidente, cosa non andava nell'associazione?
L’associazione gode di ottima salute dal punto di vista organizzativo, negli ultimi otto anni, ovvero quando ho ricoperto prima il ruolo di segretario e poi, quello di presidente, sono quadruplicate le entrate, sono aumentati i comitati territoriali, si sono avviati strumenti di formazione e progettazione che hanno lavorato bene. Ciò che manca ad Arcigay è una concreta consapevolezza delle sue enormi potenzialità sociali e politiche. Bisogna concludere la riforma organizzativa avviata alcuni anni fa, soprattutto nell’ambito della certa acquisizione delle risorse spettanti dal tesseramento. Fanno bene i nuovi dirigenti di Arcigay a porsi l’obiettivo di riformare profondamente Arcigay. Questo è il tempo giusto per osare e liberarsi finalmente da condizionamenti e conservatorismi del passato.

Aurelio Mancuso: "Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta"Ci sono state accuse di personalismi, di dissapori all'interno di Arcigay, di mire politiche poco condivise durante la tua presidenza. Forse qualche sbaglio c'è stato.
Assolutamente sì. Queste tensioni sono emerse perché il sottoscritto ha volutamente provocato discussioni inedite dentro l’associazione, che era un po’ abituata ai confronti paludati simili alla sinistra storica. Per esempio, quando Sinistra e Libertà ha proposto di candidarmi per le elezioni politiche, ho immediatamente informato la Segreteria nazionale e aperto un confronto interno chiaro, che permettesse al gruppo dirigente ristretto di esprimersi, di consigliarmi. Alla fine, come si sa, ho rifiutato quella candidatura, ma l’ho fatto alla luce del sole, senza ipocriti infingimenti. Per chi conosce bene la storia di Arcigay, sa che questa è stata quasi una provocazione, così come ne ho scientificamente operate altre, perché si era abituati ad attendere il maturarsi definitivo di proposte o di scelte personali in silenzio. L’emersione di conflitti e di distanze ha disorientato molti militanti e dirigenti Arcigay, alla fine il tempo mi darà ragione: era necessario liberarci da ritualità e consuetudini, io ho scelto di testarlo in prima persona.

Perché oggi Arcigay soffre di poca militanza, di poco ascolto dalla politica, di battaglie iniziate e mai portate alla vittoria?
Rispetto a solo pochi anni fa la militanza in Arcigay è aumentata vertiginosamente, ma questo oggi non basta. Non è sufficiente alla stessa associazione, perché è diffusa la consapevolezza che l’aumentare dei militante non accorcia sostanzialmente la distanza tra l’impegno dei pochi e il disimpegno della comunità lgbt. Personalmente sono ormai convinto da tempo, che la capacità propositiva dimostrata in tanti anni di lavoro si è scontrata con l’ostilità o l’indifferenza da parte delle istituzioni e della politica proprio perché manca a noi stessi un concreto consenso popolare all’interno della comunità lgbt.

Paola Concia (Pd), ha lamentato in maniera forte il silenzio e il disinteresse verso il suo lavoro parlamentare da parte di tutti.
Paola è stata eletta nel periodo storico più duro per il movimento lgbt italiano. La sconfitta subita rispetto alla sordità dimostrata dal governo Prodi, ha pesato anche successivamente nei suoi confronti. Unica parlamentare omosessuale eletta Paola, ha dovuto confrontarsi con un movimento deluso e diviso. Sono stati due anni duri per lei e per tutti noi. Ora però bisogna riprendere il filo del confronto. In Parlamento Paola Concia ha dimostrato di saper attirare attenzione, di suscitare dibattiti e confronti anche con il centro destra. Nel rispetto dei differenti compiti la Concia e il movimento devono collaborare e ascoltarsi.

Che Arcigay hai lasciato? Cosa sarà per noi la sentenza della Consulta, oggi?
Solida nella volontà collettiva di intraprendere strade nuove e anche inesplorate, ancora incerta e riflessiva sugli strumenti adeguati e sulle strategie. In questo periodo si punta molto sulla strada giudiziaria, attendendo ciò che dirà la Corte Costituzionale oggi rispetto al quesito posto da quattro tribunali sull’illegittimità delle persone dello stesso sesso di sposarsi. Credo che l’attesa di tutto il movimento sia comprensibile, allo stesso tempo rimango dell’idea, che in Italia la via giudiziaria può aiutarci attraverso sentenze e pareri, che già sono acquisiti, a sollecitare il Parlamento ad affrontare il tema. Il confronto con la politica rimane il vero nodo.

Aurelio Mancuso: "Vi spiego alcune cose su Arcigay, sul Pd, sulla politica. Sui diritti gay siamo alla desertificazione; e oggi tocca alla Consulta"In molti lamentano che i numeri di Arcigay arrivino da tessere usate per entrare nei locali, non certo per far politica o frequentare i circoli.
Finché la tessera sarà percepita come una fastidiosa tassa per finanziare l’attività di un gruppo di militanti distanti e anche non affini, allora non avremo operato il vero cambiamento necessario. Auspico che la nuova dirigenza riesca a superare il muro di conservatorismo e diffidenza che sia nei Comitati Provinciali e sia nei Circoli Affiliati ha per ora impedito una mescolanza, un ascolto e una collaborazione reciproca, che permetta a tutti i soci di poter incidere.

Ci puoi spiegare questa tua voglia di tornare a far politica? Con chi? Con quali propositi?
Per chi proviene come me da una lunga esperienza politica e dei movimenti, la politica è il tratto essenziale della propria esistenza. Non ho mai smesso di fare politica, ho segnato una giusta distanza nell’impegno di partito, perché rappresentavo un’associazione dove convivono differenti culture e orientamenti politici. Ho in questi giorni fatto domanda d’iscrizione al PD, scelta maturata da qualche tempo e che si concretizza dopo il Congresso Arcigay.

Ritieni che una persona lgbt possa ancora sperare in un partito come il Pd per le sue battaglie?
Ritengo quel partito ancora distante dalle nostre richieste, incapace di comprendere il mutamento sociale e di esser coerente con la Costituzione e il Trattato di Lisbona. Ma con quel partito dovremo tutti fare i conti e personalmente voglio aiutarlo a cambiare. Però il mio principale impegno sociale e politico rimane all’interno del movimento lgbt, di cui credo sia necessaria una vera rifondazione.

Ha fatto discutere la tua richiesta di dialogo con la chiesa cattolica. Che dialogo possiamo avere con loro?
Credo che il movimento non debba precludersi nessun confronto. Esser contro le politiche messe in campo dal Vaticano e dalle gerarchie cattoliche italiane è un dovere civile, lo dico come militante e lo sottolineo ancor di più come cattolico di base. Nessuno sconto è possibile quando è attaccata la laicità dello Stato, i diritti delle persone lgbt e delle donne. Ma la chiesa è solo questo? No non è così. La chiesa cattolica (e il dialogo naturalmente deve esser sempre aperto a tutte le confessioni religiose) è anche altra cosa. Con diversi preti è possibile confrontarsi, con articolazioni territoriali e associative cattoliche abbiamo avuto contatti. La chiesa è un attore politico e sociale potente non solo perché le gerarchie hanno tentato di trasformarla in un partito, ma soprattutto perché nella concretezza della quotidianità è capace di interloquire e agire con vaste proporzioni della società italiana. Esser disponibili al dialogo non significa metter in discussione le proprie idee, è invece un atteggiamento positivo che potrebbe anche aprire evidenti contraddizioni interne. Il tema è spinoso e mi rendo conto che la mia “provocazione” può lasciare interdetti, ma dobbiamo saperci muovere con lucidità, perché non è vero che i cattolici italiani sono tutti omofobi e anti libertari. Tutte le ricerche sociali, anche quelle commissionate dalla Cei, dimostrano l’esatto contrario. In ultimo rimane sullo sfondo la questione mai seriamente affrontata di quanti gay e lesbiche italiane siano credenti e, quanto questa loro fede incida negativamente o positivamente rispetto alla pienezza della loro vita. Dentro il movimento ci sono troppi atteggiamenti confusi, liquidatori e superficiali. In quest’ambito intendo proseguire un mio impegno di testimonianza e di confronto culturale.

Il Vaticano si trova in un mare di guai per i suoi sacerdoti pedofili e per i silenzi sulle violenze sessuali. Secondo te è una chiesa che vuol parlare con la comunità lgbt?
Gli scandali sessuali che travolgono oggi la chiesa sono, lasciami usare questa esclamazione, una benedizione! Sul terreno delle libertà sessuali era inevitabile che prima o poi scoppiasse il bubbone delle violenze e degli abusi perpetrati da preti e educatori cattolici. Non si tratta tanto di una conseguenza del celibato, (anche se il tema finalmente è oggetto di confronto pubblico) quanto dell’antico pessimismo sessuale. Più la chiesa reputa il sesso una pratica sporca, necessaria solamente per la riproduzione e più lo fa diventare interessante, una pulsione irresistibile, quanto lo è teoricamente e praticamente il peccato nelle sue diverse accezioni. La gerarchia cattolica non vorrebbe dialogare con nessuno e tenta, come ha fatto recentemente padre Lombardi, di accreditarsi come vittima, come non unica istituzione dove avvengono abusi e violenze ai danni dei minori. È una difesa disperata, che non convince nemmeno le alte gerarchie. Tenteranno in tutti i modi di minimizzare, di far finta di occuparsene con pene interne severe, la verità è che il dramma si sta consumando all’interno della chiesa. La repressione sessuale è la linea Maginot delle gerarchie reazionarie, che buttando a mare il Concilio Vaticano II, reputano la società odierna nemica. Il loro potere si basa sulla paura e l’ignoranza. Proprio per queste ragioni si libereranno nuove idee, che negli ultimi trent’anni sono state emarginate e anche ridotte al silenzio. Per il movimento lgbt, ma per tutte le persone che hanno un robusto bagaglio di esperienza e studio rispetto alle libertà individuali, è un’occasione d’oro per aprire fronti di dialogo, di contraddizione, di polemica culturale e sociale.

Cosa manca oggi alla nostra comunità per parlare con la politica?
Manca la convinzione. La consapevolezza di poter essere una forza sociale davvero importante e capace di orientare il consenso elettorale. Troppe le divisioni interne, i reginismi, la volontà di far emergere posizioni sensazionali che possono attirare l’interesse dei mass media. C’è urgenza di sostanza, di solidarietà tra di noi, di capacità d’ascolto prima di tutto della comunità lgbt. Il movimento lgbt è riconosciuto come soggetto che porta in piazza centinaia di migliaia di persone, ma non è ancora capace di costruire compattezza, proposte che convincano l’intera comunità, che forniscano una corretta immagine delle persone lgbt nei confronti dell’opinione pubblica e dei mass media.

Con chi dovremmo parlare, col centrosinistra, con il centrodestra? Col Pd? Chi davvero secondo te ha a cuore i nostri diritti?
La politica italiano non ha a cuore i nostri diritti. Siamo alla desertificazione e riprendere un dialogo concreto non sarà semplice, ma come ho detto prima, non ci si può sottrarre. Entrambe i poli sono ancora in movimento, dopo le regionali credo che si svilupperanno ulteriori mutamenti. Il compito delle associazioni lgbt è di mantenere fede alla piattaforma rivendicativa e allo stesso tempo di cogliere i mutamenti in atto del quadro politico. Personalmente non ritengo importante, nonostante io sia di sinistra, guardare con interesse uno schieramento piuttosto che un altro; quando si aprono spazi di dialogo, bisogna andare a vedere e attendere risultati concreti. Auspico che prima o poi finalmente anche in Italia si formino una destra e una sinistra europee, questo renderebbe il nostro compito assai più semplice.

In queste elezioni regionali spicca per leadership e chiarezza di intenti Nichi Vendola, un uomo di movimento. Uno come Nichi potrebbe fare molto per le nostre battaglie. Non potrebbe essere lui la capacità di darci qualche diritto? Non dovremmo come movimento appoggiarlo?
Nichi è impegnato, da una parte nel salvaguardare la sua esperienza di presidente della Puglia e dall’altra di costruire una nuova sinistra italiana. Spero che riesca in entrambi i casi. Il movimento a mio modesto parere, deve sostenerlo sapendo che lui e altri leader di altri partiti sono una speranza per il futuro. Ribadisco che il problema siamo innanzitutto noi, ovvero come sapremo rifondare un movimento troppo lontano dalla realtà, ancora legato a schemi politici e culturali sorpassati da tempo. Voglio fare un esempio, che premetto, non vuole offendere nessuno: ancora una volta assistiamo a decine di candidature alle elezioni da parte di persone lgbt. Di queste a parte Vendola e Grillini, nessuna ha una concreta speranza di essere eletta. In questo modo facciamo un regalo alla solita politica del fiore all’occhiello, che ritengo mortificante e dannosa per l’intera comunità.

Hai parlato di una potentissima lobby gay in Vaticano. Ci puoi spiegare?
Beh la lobby gay del Vaticano è longeva, attraversa i secoli si organizza lontana da occhi indiscreti da tempo immemorabile. Si tratta di lobby nel senso negativo del termine, tutta impegnata a orientare e influire sugli incarichi interni alla Curia e nelle parti più importanti del mondo. Chi fa parte di questa consorteria non ammette tentennamenti, tradimenti e soprattutto pubblicità. Se sei dei loro, hai vita facile se no, quando omosessuale sei emarginato, se non denunciato. Ha occhi e orecchi dappertutto e oggi si deve confrontare con tanti altri poteri interni alla chiesa, prima fra tutte le settocrazia (gli appartenenti a Opus Dei, Cl, Compagni delle Opere, Legionari di Cristo, Focolarini) ecc. Povera chiesa in mano a schiere di simoniaci e blasfemi di tutti i tipi.

molti anche tra i politici, dicono che siamo persone che non necessitano di tutela; che siamo felici come siamo.
Invece ritengo che alla base della nostra perpetua sconfitta sul terreno legislativo ci sia proprio un atteggiamento aristocratico, che da per scontato che tutti i gay e le lesbiche siano oggi felici, affermati, gioiosamente appagati dalle serate in discoteca. Non è così. Già tra chi frequenta con assiduità i luoghi del divertimento, la solitudine è palpabile, se poi ampliamo lo sguardo sulla indistinta schiera di milioni di persone lgbt ancora clandestine allora comprendiamo che c’è un lavoro immane da svolgere.

Va rivisto, alla luce di quanto accaduto in una discoteca padovana, l'affiliazione di circoli in Arcigay?
Da quasi tre anni non si registrano nuove affiliazioni ad Arcigay. La crisi economica ha colpito duramente anche il settore del divertimento gay. I gestori dei locali lamentano cali negli introiti che oscillano dal 20 al 40 per cento. Anche la crisi però può essere un’occasione per rivedere alcuni meccanismi e consuetudini. Qui siamo in un campo delicato e che deve tenere conto anche delle misure varate da questo governo, che intendono colpire tutto l’associazionismo di promozione sociale. Nel caso di Padova, e in qualsiasi altro caso, se si accertano violazioni gravi delle normative, bisogna esser netti e revocare le affiliazioni. Proprio le difficoltà economiche possono favorire atteggiamenti di violazione delle leggi; è necessario utilizzare fermezza e allo stesso tempo non fermarsi qui. Sarà sempre troppo tardi quando dentro Arcigay e in tutto il movimento si aprirà una vera riflessione sull’abuso di droghe e alcool. Possiamo stare zitti di fronte a schiere di gay e di lesbiche che in tutti e, sottolineo tutti, ritrovi di aggregazione lgbt consumano sostanze di tutti i tipi, abbassando anche la soglia di attenzione rispetto ai rapporti sessuali?

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