Sentenza della Cassazione: non si può dare del gay a un altro

Poco importa se uno lo è realmente gay o se diventa un epiteto da scaraventare addosso al collega di lavoro, al compagno di scuola o a chi vi passa accanto. La Cassazione ha oggi deciso che dare del gay a vanvera o per stimolare reazioni controverse, è reato, alla stessa stregua di una ingiuria. La Suprema Corte, si dice, vuole mettere un freno alla denigrazione verso gli omosessuali e tanto basta per mutare il termine gay in offensivo e quindi passibile di condanna e relativa pena. A farne le spese un vigile urbano di Ancona che aveva accusato un collega di essere gay. Da lì, la denuncia, il processo a vari livelli e oggi la parola fine della Cassazione che ha stabilito che dare del gay è una ingiuria e condannato l'imputato al risarcimento fissato in 400 euro.

Pare che tra i due non corresse buon sangue: entrambi erano in lotta per la poltrona di comandante della polizia municipale di Ancona. Tanta acrimonia è sfociata in una lettera che uno dei due ha scritto all'altro, ricordandogli una vacanza in montagna in compagnia di un marinaio. Quella vacanza lo aveva fatto allontanare, chissà mai perché, da un club sportivo frequentato da ragazzi. Tanto è bastato a far pensare all'omosessualità vera o presunta del collega e di metterla in chiaro nella missiva.

Si è sperticata la difesa a far capire che dire gay non è offensivo; che l'imputato aveva simpatia per l'altro; nulla da fare. Non è stata neppure accolta la tesi che l'imputato possa aver scritto di getto, e senza pensarci, quella "contumelia". Il tempo c'è stato per capire che si voleva intenzionalmente colpire l'offeso: nessuna immediatezza.

Qualcosa di non scritto, di estrema importanza, ci potrebbe raccontare oggi questa sentenza. L'uso come epiteto del termine frocio, o il più "elegante" gay, viene usato come fosse una parolaccia qualsiasi, convinti o non convinti di riuscire a far male a qualcuno. Ci scherzano su in tanti, per puro divertimento, al bar, in discoteca, per strada. Non sanno o non vogliono sapere che essere gay è una condizione come essere etero o bisessuali; che spesso, a differenza dell'essere etero, l'essere gay comporta amarezze, sofferenza, discriminazioni in famiglia, sul luogo di lavoro, per strada, persino tra amici.

Se, come è ben specificato, la Cassazione tratta al pari di qualsiasi ingiuria, il termine gay buttato addosso ad un altro, appunto come epiteto e non come considerazione di una maggiore attenzione e di rispetto, dobbiamo cominciare a pensare e a far pensare che l'omosessualità necessità di rispetto; che essere gay è un fatto privato o pubblico, poco importa; ma lungi dal denigrare l'altro a causa di una sua presunta o vera omosessualità.

Per questo, mi sembra corretta, la sentenza di oggi.

Foto | See-ming Lee 李思明 SML

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