Helena Bonham Carter, nel paese delle meraviglie, diventa un’icona gay



Si è soliti pensare che un film sia interessante per la comunità GLBTQ italiana solo se basato sulle storie di personaggi gay dimenticandosi di quell’estetica che rende una pellicola più interessante di un’altra.

Non me ne vogliano i fans, GLBTQ, di Ferzan Ozpeteck che venerdì prossimo organizzeranno dei veri e propri pulmini per assicurarsi la prima visione di “Mine Vaganti” ma la grandezza del regista la si è potuta vedere in film non gay-friendly. Su tutti “Un giorno perfetto”.

"Alice in Wonderland" pur non basandosi su vicende “omosessuali” dovrebbe diventare uno di quei film riconducibili ad un pubblico queer. L’estetica del regista, Tim Burton, è gloriosamente drag.

Figlia del travestimento più ingegnoso al servizio di una straordinaria, la più forse, Helena Bonham Carter che per il marito ha interpretato la Regina di Cuori.

Occhialini degni dell’Elton John più freak, pettinatura e movenze degne della sempre verde Karen Walker (star incontrastata di “Will & Grace”) e un trucco che più camp non si può fanno della cattiva della favola la queen a cui, una volta nella vita almeno, tutti gli omosessuali si sono ispirati.

Complessata come poche, ma sorella brutta come tante, la Regina di Cuori è l’unico vero motivo per il quale vale la pena vedere Alice in Wonderland (vestita in buona parte del film con un abbigliamento degno dell’Amanda Lear che cantava Tomorrow).

Peccato solo che alla fine, anche lei, si innamori.

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