Arcigay. Aurelio Mancuso: "Parliamo con la Chiesa cattolica"

Passato il Congresso nazionale Arcigay di Perugia e passate le consegne al nuovo presidente Paolo Patanè, Aurelio Mancuso aveva una sola cosa in testa: raggiungere il suo compagno e stare qualche giorno in casa con lui a riposarsi e pensare a come continuare ad essere utile alla comunità LGBT. Il triennio da presidente, immagino, ha pesato molto con tutte le critiche e gli errori che hanno investito tutto il gruppo dirigente in Arcigay. Mancuso ora lancia una sfida, credo importante per tutti. In un editoriale che sarà pubblicato venerdì su Gli altri, l'ex presidente chiede a tutta la comunità omosessuale di aprire un tavolo di confronto con le gerarchie ecclesiastiche e i cattolici.

Non con il Vaticano – precisa Aurelio – ma con la chiesa, soggetto religioso e sociale che gioca un ruolo dirompente rispetto alla cultura politica del Paese. Dobbiamo muoverci. Non possiamo essere timorosi nel proporre una sfida positiva ai vertici della CEI e a tutta la chiesa, aprendo un confronto franco e diretto, magari partendo dalle considerazioni della Commissione di Bioetica dei Gesuiti pubblicate due estati fa dal mensile “Argomenti sociali”.

Su come possa avvenire questo confronto, Mancuso lo dice chiaramente: attraverso convegni, riflessioni, incontri fra le esperienze più avanzate della comunità lgbt e le gerarchie, le diocesi, gli ordini religiosi, le parrocchie. Certo i dubbi sono tanti sul se e come verrà accolta la proposta da parte dei cattolici e da parte del movimento LGBT. Gli scontri, in questi anni, sono stati duri, a volte feroci, da una parte e dall'altra. Ne è uscito sempre penalizzato il movimento che non possedeva armi di contrasto ai mille no della chiesa cattolica che abiura le coppie di fatto, la fecondazione assistita e tutti quei finti dogmi che sembrano essere stati creati per offendere la dignità e la cittadinanza degli omosessuali.

Potremmo provarci, ma la chiesa di oggi non è una chiesa del dialogo, della comprensione, dell'accoglienza. Si fissano regole cui sottostare, spesso senza discernere tra laicità dello Stato e religione. L'omosessuale casto è improponibile, come è improponibile il silenzio della chiesa sui preti pedofili, la cacciata dei sacerdoti omosessuali, l'avversione su tanti fronti verso le comunità cristiane lgbt. Ci potrà essere una piccola parte di questa chiesa disposta a dialogare; quella stessa che quotidianamente vive la strada e i problemi della gente. Ma arrivati agli alti comandi, le orecchie si fanno sorde e le imposizioni categoriche. Se l'omosessuale vuole stare con la chiesa dovrà rinunciare a molte sue prerogative di vita e di affetto; dimentichi tante battaglie da tradurre in diritti.

Nonostante ogni altra considerazione, l'idea di Aurelio Mancuso va perseguita, probabilmente qualcuno la ascolterà con cristiana pazienza; qualche altro reciterà frasi occasionali che serviranno al momento non certo al confronto.

"Può essere una grande occasione - scrive Aurelio - a un confronto non sul terreno teologico, ma sul reciproco riconoscimento di essere attori sociali. È una proposta scandalosa? Bene!"

Nell'editoriale parla anche della questione politica, partendo dallo "scandalo" Luxuria che si è detta disposta a candidarsi con il centrodestra (anche se poi la questione non sta proprio in questi termini).

Mancuso, ricorda che la politica va visitata a 360 gradi, visto che negli anni di governo del centrosinistra poco e nula è accaduto in termini di diritti lgbt. Nessun tradimento, come ha chiosato immediatamente qualcuno, e poi, è la riflessione dell'ex presidente di Arcigay:

“Nel movimento se non sei di sinistra sei guardato con sospetto. Gli omosessuali in Italia, dice Aurelio, si comportano allo stesso modo del resto della popolazione, quindi votano per un buon 50 per cento per la destra”.

Beh, insomma, Aurelio, proprio il 50 per cento, non credo proprio.

Foto | Gay.tv

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