Vite da gay: Uomini faccia a faccia con se stessi (Puntata 5)

Vite da gay: Uomini faccia a faccia con se stessi (Puntata 5)

Dopo un incontro inaspettato con un ragazzo, Andrea, in una serata particolarmente brilla, qualche giorno dopo lui mi chiama e mi propone di vederci, in maniera sobria. Stefano, il mio amico, osteggiato dalla sua famiglia che non accetta la sua omosessualità, si reca a casa di un vecchio amico....

Stefano non si sentiva un fallito, nè un drogato. Nuovamente da solo, nella sua stanza, osservava la bustina contenente la polvere bianca. La cocaina, per darle il suo nome preciso. Una parte di sè la odiava, un'altra la amava infinitamente. Non ne faceva uso per dimenticare qualcosa o per rimuovere una parte di sè che non accettava. Lui era felice di essere gay, non gliene importava nulla di cosa la gente potesse pensare o di come conduceva la sua vita. Stefano, certe volte, era solo stanco di tutto quello che lo circondava. Era stanco di sua madre che ignorava la sua omosessualità, di una sorella che lo guardava con compassione, con l'aria di qualcuno che stava osservando un ragazzo buttare la sua vita nel cesso. Era stanco di dover mentire, era stanco di non sentirsi apprezzato. Stefano era stanco. Ogni sua avventura, ogni suo flirt era fine a se stesso. E non perchè fosse arido d'animo o non provasse niente per nessuno. Era semplicemente disinteressato a costruire qualcosa che, era certo, gli altri avrebbero demolito sul nascere. Non avrebbe mai avuto una famiglia che accoglieva il suo eventuale, futuro, ragazzo. Lui avrebbe sempre graffiato un muro di marmo. A mani nude. E avrebbe perso. A Stefano importava, solo per qualche secondo della sua vita, mettere in "Pause" tutto il vociare intorno a lui, e viaggiare altrove. Dimenticare. Ed isolarsi.

Quella sera, quando sto per uscire di casa, mi guardo allo specchio e cerco di darmi un giudizio finale. L'idea della lampada poche ore prima di uscire non è stato geniale: mi ha provocato quel colorito da "quattro schiaffoni ben dati" e sembra vagamente posticcio. In compenso, la camicia mi calza a pennello e i jeans mi donano quell'aria poco impegnativa che cercavo. Prima di uscire, mi rendo conto che manca qualcosa e rientro in casa, aprendo i cassetti per cercare qualcosa, un ciondolo, da mettere al collo. Rovisto tra i fogli, finalmente lo trovo e in quel momento scorso un foglio, nell'angolo, dal quale intravedo le parole "...la paura di perderti per sempre...".

Mi allontano si scatto e stringo il ciondolo. Lo poso sul tavolo: improvvisamente non ha più alcuna importanza indossarlo. Quelle parole mi risuonano nella mente. Mi fermo sulla soglia, mentre mi chiedo se è la cosa giusta quella che sto facendo. Sono ancora in tempo per chiamare Andrea e annullare il tutto. Alla fine non conosco quel ragazzo e questa eccitazione mi appare, ancora, fuori luogo.

Andrea si accese una sigaretta, mentre aspettava da qualche minuto, al luogo dell'appuntamento. Alle 20 di sera, San Babila era ancora piena di gente: chi lavorava nei negozi ed era rimasto fino alla chiusura e chi si avviava verso una cena o una serata organizzata. Le persone passavano accanto a lui, pensierose, nel proprio mondo, estranei, eppure così ironicamente vicine a lui. Si domandò se Riccardo avesse cambiato idea, se fosse successo qualcosa. Ma, mentre stava per afferrare il cellulare per chiamare, lo vide uscire dalla metropolitana. E, semplicemente, gli sorrise.

Non appena usciamo dal ristorante, l'aria fredda di fine novembre, ci avvolge. Mi chiudo la giacca fino al collo e passeggiamo, lungo Corso Buenos Aires, incontrando poche persone, costrette ad essere in strada, piuttosto che nella propria calda abitazione. "La cosa più divertente è che stiamo facendo le tappe al contrario..." azzardo, guardandomi intorno. Dua cani si stanno annusando, poco distanti da noi, e mi sembra quasi una metafora. "In che senso?" mi chiede Andrea, incuriosito. "Prima dormiamo insieme e poi usciamo a cena. Con questo ritmo, il prossimo passaggio sarà quello di presentarci" ironizzo. Lui annuisce e ridacchia, divertito. Mi fermo vicino all'ingresso del parco, mentre lo osservo, sul primo gradino, e lo fisso, impacciato negli occhi: "Ma veramente quella sera sono stato così... diretto e sfacciato?". E lì, in quel momento, le parole di Andrea mi stupiscono e stordiscono allo stesso tempo. "La verità? No, quello che ti ho raccontato non è vero...." Rimango in silenzio, senza sapere esattamente cosa dire. Sbiascico solo un timido "Ma..." Lui scuote la testa:" Che importanza ha?" "Per me ne ha... Com'è andata veramente, quella sera?" insisto. Andrea fa un passo avanti e mi raggiunge, entrando poi nel giardino pubblico. Io lo raggiungo, aspettando che mi spieghi. Poi, dopo essersi guardato intorno, senza dire altro, mi bacia. Dolcemente. (To be continued...)

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