Matrimoni gay. Intervista all'avvocato Francesco Bilotta

Matrimoni gay. Intervista all'avvocato Francesco BilottaCapita spesso che ci sia enorme confusione tra matrimoni civili – sia etero che gay –, religiosi, civil partnership, PaCS, DiCo, DiDoRe, unioni civili e via dicendo. Per cercare di fare un po' di chiarezza abbiamo chiesto all'avvocato Francesco Bilotta, co-fondatore di Rete Lenford, impegnato in prima linea nella lotta per i diritti delle coppie gay.

Quando si parla di unione fra persone dello stesso sesso spesso si fa confusione: c'è chi parte subito con il discorso matrimonio religioso, chi si batte per quello civile, chi vuole le unioni civili all'inglese, chi lotta per i PaCS e via dicendo. Potresti spiegarci le differenze principali tra i vari istituti?
Possiamo per semplicità dividere in due grandi insiemi i modi per regolare la vita di una coppia: il matrimonio e gli strumenti alternativi al matrimonio.

Nel nostro Paese dobbiamo distinguere il matrimonio regolato dal diritto civile da quello regolato dal diritto canonico (dello Stato Città del Vaticano) che in base al Concordato con la Chiesa cattolica ha effetti anche per lo Stato italiano a certe condizioni. Anche altre confessioni religiose hanno stipulato accordi simili con il nostro Paese, ma non sono questi matrimoni che ci interessano.

A noi interessa il matrimonio civile, cioè quell'istituto che serve a regolare tutte le relazioni di carattere patrimoniale e non patrimoniale tra due persone che decidono di condividere un progetto di vita insieme. Non c'è alcun divieto espresso di celebrare un matrimonio tra due persone dello stesso sesso. L’attuale carattere eterosessuale del matrimonio si fonda su una tradizione interpretativa risalente.

La novità normativa recente è che la Carta di Nizza, entrata in vigore il primo dicembre 2009 con il Trattato di Lisbona, per la prima volta non fa alcun riferimento al genere dei nubendi. Per questo motivo continuare a vietare alle coppie di persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio è una discriminazione che si fonda non su argomenti giuridici, ma semplicemente sull'omofobia.

Venendo agli altri istituti, dobbiamo distinguere due sotto-insiemi: ci sono alcuni istituti come le civil partnership che hanno un contenuto molto simile al matrimonio (nel senso che attribuiscono alle parti gli stessi diritti e gli stessi doveri che discendono dal matrimonio), e poi ci sono altri istituti come il PaCS che hanno effetti molto più limitati. Nel primo caso la differenza si esaurisce quasi solo nel nome dell'istituto, nel secondo caso invece v'è una differenza di tutela della coppia notevole, nel senso che tale tutela è molto più limitata.

Quale è, secondo te, il “minimo sindacale” per il quale bisogna muoversi?
Faccio difficoltà a rispondere a questa domanda, perché essendo il matrimonio un diritto fondamentale mi sembra impossibile che ci possano essere compromessi e che ci si accontenti di qualcosa di meno del matrimonio stesso. Comunque, volendo fare uno sforzo, ci sono almeno due condizioni che dovrebbero essere assolutamente soddisfatte. Qualsiasi istituto si escogiti per regolare le unioni tra persone dello stesso sesso: 1. non bisognerebbe occultare il fatto che anche una coppia omosessuale è una famiglia con la stessa dignità sociale di tutte le altre; 2. si dovrebbero prendere in considerazione tutti i problemi concreti (e non solo alcuni) che incontrano le coppie dello stesso sesso, introducendo norme per risolverli, come avevamo provato a fare con il progetto di legge sul PaCS il cui primo firmatario era Franco Grillini.

Come muoversi? In questi giorni ci sono state polemiche nel movimento gay: l'importante è muoversi anche da soli; no, meglio muoversi con alle spalle le associazioni. Tu cosa consigli?
La situazione italiana è tale che mi verrebbe da dire: basta che i gay e le lesbiche si muovano, lo facciano come vogliono da soli o "accompagnati"! A parte Certi Diritti, sulla questione del matrimonio tra persone dello stesso sesso le associazioni gay hanno taciuto per quasi tre anni.

Alcuni aderenti a queste associazioni, in proprio, hanno aderito alla campagna, ma quasi nessuna associazione LGBT italiana ha attivamente collaborato, anzi in alcuni casi l'ha ostacolata. L'azione delle associazioni e dei singoli è fondamentale per riuscire a porre la questione sul piano sociale. Occorrerebbe parlare in tutte le occasioni possibili dell’esigenza di tante lesbiche e gay di contrarre matrimonio. L’Affermazione civile - ad un passo dalla pronuncia della Corte costituzionale - ha bisogno non tanto di nuovi ricorsi, tranne in alcune zone del Paese o in alcuni tribunali significativi, ma di un grande impegno di comunicazione che agisca sul piano culturale (mi verrebbe da dire antropologico) perché tutti capiscano che anche le persone omosessuali possono formare una famiglia.

Una situazione del genere non si è verificata in nessun altro Paese al mondo in cui si è tentata la strada giudiziaria per il riconoscimento del diritto al matrimonio. Ho le mie risposte al perché questo accada, ma per le persone gay e lesbiche quello che conta non è il perché accada, ma che accada! Prendere atto che in una battaglia di civiltà come questa una sola, giovane associazione come Certi Diritti si è fatta carico di tutto dovrebbe far riflettere tanti, soprattutto coloro che normalmente parlano - senza alcuna legittimazione - a nome di tutti i gay e le lesbiche del nostro Paese.

In tutto questo, ci illustri l'iniziativa della richiesta delle pubblicazioni matrimoniali presso il proprio comune?
L'azione di Affermazione Civile consiste nel chiedere ad un Tribunale ai sensi dell'art. 98 Codice civile se sia legittimo il rifiuto dell'Ufficiale dello stato civile di procedere alle pubblicazioni matrimoniali richieste da una coppia di persone dello stesso sesso.

In questo momento sono ventiquattro coppie ad aver depositato tale ricorso in quindici diversi Tribunali. Nel ricorso introduttivo del giudizio abbiamo chiesto ai Tribunali di ordinare all’Ufficiale dello stato civile di procedere alle pubblicazioni e in alternativa di valutare la compatibilità con la Costituzione dell'attuale regola interpretativa, che esclude due persone dello stesso sesso dal contrarre matrimonio. Il Tribunale di Venezia, la Corte d'Appello di Trento, il Tribunale di Ferrara e la Corte d'appello di Firenze hanno ritenuto che tale contrasto con la Costituzione vi sia, per diverse ragioni. Prima di tutto, perché, anche sulla base dei precedenti della Consulta, il diritto al matrimonio è un diritto fondamentale e quindi sarebbe violato l'art. 2 Cost. In secondo luogo, perché non è possibile riconoscere un diritto ad alcuni cittadini, tanto più se fondamentale, e non ad altri senza violare l'art. 3 Cost., su cui si fonda il principio di eguaglianza. Infine, in entrambe le ordinanze di remissione si fa notare come la famiglia di cui all'art. 29 Cost. sia una formazione sociale la cui definizione non è rimessa allo Stato.

  • shares
  • Mail
4 commenti Aggiorna
Ordina: