C’era una volta… La favola vera di un bambino minacciato a scuola perché effemminato

Bambino minacciato a scuola perché troppo femminile. Per la maestra "deve imparare a difendersi"

C'era una volta un bambino che amava leggere e colorare. Aveva quasi dieci anni e in classe non aveva molti amici. Durante l'intervallo, invece di correre in cortile o inseguire qualche compagna, preferiva estrarre dalla sua sua cartella un giornalino e sfogliarlo, sulle scale che conducevano all'esterno. Non si sentiva solo, perché gli era sufficiente alzare la testa, ascoltare il vociare dei suoi coetanei intorno a lui e tornava esattamente dove si trovava. Ma a volte, gli piaceva volare altrove, spaziare in altri mondi o semplicemente perdersi tra le avventure delle storielle che leggeva: non voleva essere lì.

Ogni tanto, qualche ciocca gli scivolava pigra sulla fronte e con la mano se la spostava, passandola dietro alle orecchie. Ormai era abituato a quei capelli un po' lunghetti, per lui rappresentavano anche uno scudo, una cuffie esterna che avrebbe volentieri usato per sentire solo ciò che voleva udire, e a volte ciò che non faceva male. Se li legava quando diventavano ribelli oppure li teneva lontani dagli occhi con un semplice cerchietto nero e poco visibile. A lui piaceva anche. Ma non ai suoi compagni. A loro non piaceva affatto.

I giornali, i fumetti e i libri che amava sfogliare, purtroppo, per il bambino non racchiudevano solo un mondo o una fantasia in cui potersi rifugiare quando tutto intorno non appariva più così puro e semplice. Tra le pagine, oltre a storie fantastiche e paperi parlanti, spesso trovava dei biglietti, infilati dai suoi compagni di classe. E non erano inviti per feste o dichiarazioni di compagne timide che non riuscivano a confessargli la loro prima cotta.

"Frocio di merda". "Finocchio". "Fai schifo, crepa frocio". E quando trovava quelle parole scritte a mano, non bastava appallottolarle e buttarle via, lontano dagli occhi. Ormai erano entrate nel cuore, nell'anima. E spesso questo si ripeteva, col passare dei giorni, delle settimane. Anche le sue pagine, anche il suo mondo personale stava iniziava ad essere contaminato da quei biglietti in mezzo alle pagine, da quella realtà così feroce per avere solo dieci anni e un cerchietto in testa che tiene i capelli al loro posto.

La mamma e il papà di quel bambino lentamente iniziarono a preoccuparsi perché loro figlio non era più sorridente come prima e restava spesso in camera sua, in silenzio. A volte appariva scontroso, in altre occasioni taciturno. Qualcosa era cambiato, ma sopratutto qualcosa era successo. E così, cercando di non forzarlo ma di essergli vicino e di farlo sentire al sicuro, riuscirono a farsi raccontare cosa lo turbasse così profondamente. E, preoccupati, si recarono a scuola a parlare con la maestra, per capire come poter affrontare tutto questo insieme, senza cercare vittime e carnefici, ma confrontandosi e spiegando a chi scriveva quei biglietti, quanto certe parole potessero ferire.

"Ormai vostro figlio ha dieci anni ed è ora che impari a cavarsela da solo". Queste furono le parole della maestra, poco interessata alla vicenda e per nulla decisa ad agire. E così, la madre e il padre, tentarono di consolare il figlio, di farlo sentire al sicuro e di spiegargli che quei draghi non erano così spaventosi come potevano sembrare. Il bambino si sentì sollevato, mentre tentava di allontanare quelle parole e quelle offese - che nemmeno sapeva se fossero reali o meno- dalla sua mente.

La favola finisce qua, il resto non è ancora stato scritto e non si sa ancora come finirà, se la strega disinteressata cambierà idea assumendo il proprio ruolo di insegnante, né tantomeno se il bambino, nel suo futuro, verrà affiancato da un principe azzurro o da una principessa triste. Ma questo seguito della favola è una realtà che dovrà interessare solo a lui...

Foto | Littlemansmom

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