Anche i gay dicono la loro sul crocefisso

L'ultima guerra parolaia è stata consumata domenica scorsa nell'arena di "Domenica 5" dove oramai si affrontano non pensieri diversi ma vengono adirate le voci per dar di ragione a chi urla di più. L'argomento, come in altri talk show: la sentenza del 3 novembre scorso del tribunale dei diritti umani di Strasburgo che ordinava all'Italia di togliere i crocifissi dalle scuole pubbliche. Vincolante o meno che fosse, la sentenza ha scatenato i media e in qualche modo le coscienze degli italiani che si sono scoperti paladini di un simbolo. E ha fatto discutere anche gli omosessuali.

Pochi ricordano che un'altra sentenza aveva aperto il dibattito qualche anno fa. Nel 2003, il Tribunale dell'Aquila aveva autorizzato la rimozione di un crocifisso da un'aula di scuola. Anche allora si fece un gran vociare e poi le croci - chi li aveva - rimasero al loro posto. In quella occasione, uno studente si ricordò di un umile prete, don Lorenzo Milani.

"Don Lorenzo arrivò a togliere il crocifisso, - scrive uno degli allievi di Don Milani a San Donato - a metterlo sull'armadio di un'altra stanza. (...) Tolse il crocifisso perché non doveva esserci neppure un simbolo che facesse pensare che quella era una scuola confessionale. Lì c'erano solo uomini che studiavano e discutevano per la propria elevazione civile e morale". (Neera Fallaci, Vita del prete Lorenzo Milani) "Chi mi ha conosciuto - scrive Don Lorenzo Milani - (...) se mi vede eliminare un crocifisso non mi darà mai di eretico ma si porrà piuttosto la domanda affettuosa del come questo atto debba essere cattolicissimamente interpretato cattolico, dato che da un cattolico è posto" (Lettere di Don Lorenzo Milani)

Come ora finirà la recente sentenza di Strasburgo, staremo a vedere: l'Italia su certe questioni riesce ad essere coesa più di quanto non lo faccia su altre vicende e questioni. E si scopre che siamo più cattolici e tradizionalisti di quel che predichiamo.

Mi ha incuriosito che anche gli omosessuali siano scesi in campo sulla vicenda. Lo ha fatto il presidente dell'Arcigay, Aurelio Mancuso che nelle pagine del suo Facebook ha scritto una lettera aperta palesando un disaccordo con i giudici di Strasburgo.

Scrive Aurelio: "D’impulso direi: giù le mani dal crocefisso, chiunque voi siate, cattolici, cristiani, atei, agnostici, giudici europei o italiani, cardinali, leader politici. Non si cancellano consuetudini (non tradizioni) con sentenze anche illuminate e dal punto di vista della difesa della laicità dello Stato ineccepibili. So che mi attirerò le ire di tante e di tanti, ma trovo la polemica sul crocefisso inutile, sopra le righe e soprattutto ipocrita". (...) "Strappare il crocefisso da quei muri, non ascoltando le starnazzanti urla delle potenti sottane degli eunuchi per il regno dei Cieli, o peggio dei disgustosi politici devoti (non al Cristo, ma all’organizzazione del papa Re) significa offendere non Dio, ma l’amore che milioni di italiani hanno nei confronti di un simbolo di genuina pietas. In questi tempi di sprofondamento morale, se proprio dobbiamo togliere simboli religiosi, separare i mercanti del Tempio da Dio, inizierei dalle pesanti collane d’oro, di cui si ornano schiere di monsignori, cui sono appesi orribili croci tempestate di preziose pietre".

Il contraltare alle tesi di Mancuso arriva da Alessio De Giorgi di Gay.it e Giulino Federico di Gay.tv che rispondono al presidente Arcigay dichiarando inopportuno quel simbolo religioso nelle scuole pubbliche.

"Il crocefisso - scrivono - è, nella sua intrinseca natura, un simbolo religioso. Il simbolo, non già di un Amore neutrale e generico, ma la bandiera di uno specifico, determinato credo. Come tale deve essere riconosciuto, come tale deve essere rispettato. (...) Un'aula con un crocefisso appeso sopra la lavagna non è solo una consuetudine: è un potente messaggio di appartenenza che, in un luogo preposto alla formazione, si amplifica e diventa sottilmente impositivo. Questo non può essere considerato accettabile nell'ambito dell'istruzione pubblica, in un luogo che dovrebbe essere "spazio bianco" per la formazione politica, sociale e culturale libera e laica".

Insomma, chi ha ragione? Don Milani che vedava il suo apostolato lontano persino dai simboli? Mancuso che difende il pressing vaticano e governativo sull'Europa? O Gay.tv che ragiona quasi al pari di don Milani?

Foto/Sim0

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