Dopo la manifestazione "Uguali": il movimento si interroga

Importante per molti, moltissimi motivi l'appuntamento in piazza a Roma di sabato 10 ottobre con la manifestazione nazionale Uguali, contro l'omofobia e per i diritti delle persone lgbtqi. Importante per il modo in cui la manifestazione è nata, sull'onda dei gravi episodi omofobi di quest'estate, e per il tentativo di condivisione di una modalità unitaria di intervento del movimento lesbico, gay e trans. Importante per le modalità organizzative e comunicative adottate: centrare la manifestazione sui contenuti più che su un piano visuale e "appariscente"; cercare di non rivolgersi solo a gay, lesbiche e trans ma di allargarsi a tutta la società civile, proponendosi come "manifestazione di persone"; iniziare dal palco, dalle storie di omofobia vissuta in prima persona e da amori, sogni, speranze quotidiane di omosessuali, trans e loro famiglie. Importante infine in vista della discussione al Parlamento della legge anti-omofobia, ieri tristemente bocciata.

Nonostante gli sforzi e le buone intenzioni e l'urgenza dell'attualità, la presenza dei manifestanti e l'adesione sono state inferiori alle aspettative, senza che questo abbia però influito sulla qualità del messaggio veicolato. La dichiarazione degli organizzatori che stimano 50mila presenze appare sovrastimata, ma questo rientra nel naturale braccio di ferro con i media che ogni manifestazione comporta. Non sono mancate però le analisi, le critiche e le riflessioni, all'indomani del corteo, anche in vista del lavoro di preparazione al Pride del 2010.

Numerose organizzazioni lgbtqi, provenienti da tutta Italia, si sono ritrovate domenica 11 ottobre presso la sede della Cgil a due passi da piazza Vittorio, a Roma, ed erano presenti in primis gli organizzatori della manifestazione. L'incontro ha analizzato il peso e il significato dei fischi e delle contestazioni che hanno investito il palco in occasione della lettura del messaggio rivolto alla piazza dal Ministro alle Pari Opportunità Mara Carfagna e le ragioni di una scarsa adesione rispetto a quella della gente richiamata normalmente da un Pride romano.

E' stato rilevato che a mancare in piazza erano principalmente i romani. L'organizzazione (e in particolare la rete di realtà locali di Arcigay sparse in tutto il territorio nazionale) hanno mostrato grande capacità di coinvolgimento di militanti provenienti da varie regioni, con prevalenza del nord, mentre a farsi notare sarebbe l'assenza di una risposta "di pancia" da parte della popolazione romana. Altri hanno notato lo scarso contributo dei partiti, a cui era chiesto di condividere la piattaforma politica ma di fare un passo indietro, non portando bandiere in piazza.

Uguali vorrebbe essere, nelle intenzioni degli organizzatori, non solo una semplice manifestazione, ma un progetto a lungo termine, con modalità di intervento da discutere e ipotesi di mobilitazione tutte da formulare. In quest'ottica di creazione di una strategia di azione comune, condivisa e unitaria di tutto il moviment lgbtqi si è affrontato l'argomento Pride.

Due (e non certo nuove) le posizioni emerse. Da una parte chi caldeggia la nacessità di seguire la formula di un Pride nazionale itinerante, che porti il raggio di sole dell'orgoglio in territori problematici e poco organizzati dal punto di vista associativo e aggregativo, dall'altra chi auspica il superamento dell'idea di Pride nazionale, in favore di una moltiplicazione virtuosa di Pride su tutto il territorio. Nessun accordo è stato raggiunto e il movimento si è dato un nuovo appuntamento a novembre.

Resta un grande punto interrogativo sul ritardo culturale del sud Italia, in termini di qualità della vita delle persone lgbtqi. Il dubbio che si pone è questo: potrebbe forse bastare un Pride (o più di uno) al sud per risolvere i problemi degli omosessuali e delle trans che qui vivono?

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