Atleta e gay? Un affare che allo sponsor conviene

“Un giocatore gay è una miniera d’oro del marketing”, afferma Mark Cuban, che ha la franchigia Nba dei Dallas Mavericks.

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La Nike  – che magari ne saprà pure qualcosa di scorrettezze (come scrisse la Klein nel volume No logo) – rimane senza dubbio un marchio straconosciuto e che, soprattutto, è in grado di prendere decisioni ponderate, per tutelare i propri interessi, tanto da essere considerato un vero e incontrastato colosso. Fra queste decisioni, negli ultimi giorni, figura la scelta di sponsorizzare l’atleta, fresco di coming out, Jason Collins, questa la dichiarazione dell’azienda.

Ammiriamo il coraggio di Jason e siamo fieri che sia un atleta Nike.

È chiaro che appoggiare Jason Collins celi interessi economici, ma non è parità anche questa? Perché mai si sponsorizzano gli atleti etero, se non per ricavarne profitti? D'altronde, la nota griffe sportiva lo aveva già annunciato a questo link.

Conti alla mano solo negli States vivono 16 milioni di gay, lesbiche, transessuali e bisessuali, il loro potere d’acquisto, come si può facilmente prevedere, si basa su diverse centinaia di miliardi di dollari. Il mercato gay, dunque, comincia a fare gola al marketing sportivo.

Un giocatore gay è una miniera d’oro del marketing.

Lo ha brutalmente riassunto a Bloomberg da Mark Cuban, che possiede la franchigia Nba dei Dallas Mavericks.

Anche se sembra rispondere sempre alle richieste di una logica capitalista, la possibilità di mantenere gli sponsor apre a una certa "liberalizzazione dei coming out" nello sport, e comporta meno rischi di tipo finanziario. Trentadue anni fa, nell’81, quando la tennista Martina Navràtilova si dichiarò perse parecchi contatti:

All’epoca ero l’unica e la scelta di dichiararmi mi costò almeno 10 milioni di dollari di sponsorizzazioni.

Adesso, pare che l’unico investimento a perdere, per le linee di abbigliamento sportivo, sia quello dove a venir meno sia lealtà e l’agonismo. Il tracollo, insomma, avviene per gli atleti dopati, che tradiscono, in qualche modo, le aspettative di serietà e di una competizione trasparente. Alla fine, se sei te stesso, e non bari, persino il mercato lo riconosce come un valore.

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