Omosessualità e omofobia in Uganda. Intervista al regista inglese David Cecil

Abbiamo incontrato David Cecil, regista inglese che è stato arrestato in Uganda per aver portato in scena uno spettacolo sull’omosessualità. Cecil ci ha illustrato molti aspetti della particolare situazione dei gay in Uganda.

David Cecil con uno dei suoi figli


Più volte vi abbiamo parlato del clima omofobo che regna in diversi stati africani: gay, lesbiche, transgender, bisessuali sono spesso oggetto di persecuzione in Africa. Certo, non in tutta l’Africa, ma molti paesi si danno da fare per eliminare il “problema” omosessualità. Uno degli stati più omofobi è quell’Uganda che pare sia sul punto di approvare una legge che prevede pene severissime per gli omosessuali (secondo alcune fonti, c’è anche la pena di morte).

Grazie ai colleghi di Excite UK abbiamo intervistato David Cecil, regista inglese che proprio in Uganda è stato arrestato per aver messo in piedi uno spettacolo il cui intento era quello di mostrare l’assoluta normalità dell’essere gay (vi abbiamo raccontato la sua storia a settembre 2012).

Con David Cecil abbiamo parlato di molti aspetti dell’omosessualità in Uganda e anche degli errori che facciamo noi occidentali nel rapportarci a una cultura diversa come è quella dell’Uganda e dell’Africa in genere.

Ora David si trova nel Regno Unito e non può andare in Uganda, perché sgradito: ci auguriamo che la sua situazione si risolva al più presto e che possa tornare ad abbracciare la sua compagna e i suoi figli.

Ecco l’intervista in una nostra traduzione (se volete leggerla in inglese vi rimandiamo al sito di Excite UK).

Il perché dell'omofobia in Uganda

Spesso dal continente africano giungono notizie di politiche molto omofobe (proposte di legge per condannare i gay all’ergastolo, invito di capi di stato all’espulsione degli omosessuali dai loro territori). In base alla sua esperienza è una situazione generalizzata oppure si tratta solo di un problema dei politici e per la gente comune l’omosessualità non è un problema così grave?
Prima di tutto, è ovviamente importante riconoscere che nel vastissimo continente africano non tutti hanno lo stesso atteggiamento nei confronti delle persone LGBTI.

Nel caso di Kampala (capitale dell’Uganda), realtà che io conosco meglio, la città è davvero cosmopolita, ma al tempo stesso è un “grosso villaggio”. Essendo un antico centro commerciale, gli abitanti hanno sempre avuto rapporti con gli stranieri, ma al contempo le tradizioni locali sono molto forti.

Riguardo all’omosessualità, da un lato si pensa che sia una “maledizione straniera” o un “frutto dei tempi moderni”, dall’altro ci sono interpretazioni locali, cioè viene vista come una presenza di “spiriti” non maligni o un metodo per ovviare alla mancanza di donne o l’assenza di partner eterosessuali.

Più in generale, si sente parlare di omosessualità come una forma di debolezza, come rapporti sessuali intergenerazionali, o abitudine all’infedeltà o ancora viene accomunata alla dipendenza dall’alcol o dalle droghe. Tutte queste sono pratiche “anormali” e potenzialmente destabilizzanti, che possono essere spiegate o condannate, e quindi perdonate o superate, con l’aiuto di tutta la comunità.

Dal mio punto di vista, negli ultimi anni in Uganda si sono verificati cambiamenti di due tipi:


  1. il sorgere di una precisa “identità” LGBTI in Uganda (in particolar modo a Kampala) con una corrispondente richiesta di diritti politici e riconoscimento sociale;

  2. le richieste politiche delle religioni fondamentaliste, in special modo degli evangelici, che hanno una visione fortemente negativa dell’omosessualità.

Effettivamente, l’omosessualità è passata dall’essere una pratica abituale o una tendenza sociale, a divenire un’identità chiaramente marcata che alcune persone considerano pericolosa e altre lecita. Questa tematica è ben nota negli Stati Uniti, dove le linee guida della rivendicazione sono state marcate dalla cosiddetta “identità politica” o “scontro tra culture”. D’altro canto, gli LGBTI ugandesi si considerano come una minoranza, la cui esistenza non è ufficialmente riconosciuta. Gli elementi politicamente più attivi ora combattono per i propri diritti e fanno sentire la propria presenza in vari modi: creando ONG, rilasciando dichiarazioni pubbliche in TV, combattendo battaglie legali presso la Corte Suprema e anche manifestando pubblicamente nei Pride.

Sono sicuro che il dibattito sarebbe sorto in ogni caso, ma i recenti tentativi di criminalizzare ulteriormente l’omosessualità hanno fornito una nota di particolare urgenza. È come parlare dell’uovo e della gallina: è difficile dire chi sia venuto prima! È la lobby omofobica che risponde all’emergente identità omosessuale ugandese oppure le persone LGBTI si sono rapidamente organizzate in “comunità” politicizzate per proteggersi da una nuova ondata di persecuzione?

Dobbiamo sapere che prima del 2009, quando la proposta di legge anti gay è stata per la prima volta messa sul tavolo, gli evangelici statunitensi hanno dato vita a una campagna di sensibilizzazione per gli ugandesi al fine di mostrare il “pericolo” dell’omosessualità. Le informazioni che hanno diffuso in Uganda sono le stesse cui fanno ricorso i fondamentalisti cristiani negli Stati Uniti d’America: i gay sono un pericolo per la famiglia tradizionale; i gay sono sessualmente deviati, simili ai pedofili; i gruppi gay che lavorano per i diritti sono stati fondati da forze internazionali che agiscono nell’ombra (i cosiddetti “dollari rosa”) che vogliono diffondere l’omosessualità in tutto il mondo; i gay “reclutano” i giovani nelle scuole e attraverso insidiosi mezzi culturali (come il teatro, il cinema, gli spettacoli di burattini e via dicendo); l’omosessualità è un tipo di malattia mentale contagiosa e così via. Per farvi un’idea cercate su Google “Scott Lively” e controllate cosa gli evangelici predicano in Uganda.

Ora, io provo molta pena nei confronti della visione che i conservatori ugandesi hanno delle persone LGBTI. Come tutte le società post-coloniali, l’Uganda ha a che fare con un ritmo di trasformazione molto veloce. Da una prospettiva moderatamente conservatrice, la tradizionale “famiglia africana” è in pericolo e dev’essere protetta. Tuttavia, io sono fortemente contrario agli omofobi ugandesi che confondono le cause con i sintomi: la comparsa di persone LGBTI nelle loro comunità è un prodotto della morte della famiglia tradizionale africana e non la causa. Questi cambiamenti avvengono. Il problema non è: “Come possiamo punire queste persone che incarnano il cambiamento in Uganda?”. La domanda fondamentale invece è: “Come accogliere i cambiamenti che avvengono in Uganda?”. Per ironia, cercando di legiferare contro le persone LGBTI, i promotori della legge stanno di fatto togliendo potere alle comunità, trasferendo il ruolo guida della famiglia allo stato.

La radice del problema attuale è che i più cinici evangelici statunitensi stanno diffondendo in Uganda l’idea che gli omosessuali sono coprofagi e pedofili. Così se i loro seguaci ugandesi concordano sul fatto che l’identità LGBTI è un prodotto della modernizzazione, giocoforza deve essere rifiutata, al pari della tossicodipendenza.

Voglio sottolineare che il problema non è l’evangelismo statunitense in sé, ma una minoranza di individui mossa da interessi personali che sfrutta la propria posizione di potere e la superiorità economica per guadagnare sostenitori. Sarebbe ipocrita e ingiusto, e potrebbe alienare alleati potenziali al movimento LGBTI, se dicessimo che “è tutta colpa degli evangelici”. Sono un gruppo composito, e molto sono spaventati dalle azioni dei loro correligionari.

Ciò che è più allarmante è che pochi evangelici, colmi d’odio, hanno deliberatamente colpito l’establishment politico per guadagnare potere e sostegno. Presumibilmente, hanno organizzato incontri di preghiera con i più alti rappresentanti del governo in cui si sono discusse le linee politiche. Ci sono voci di incontri di singoli ministri e parlamentari che sono senza dubbio alla base di proposte di legge particolari, come è appunto quella anti gay. Senza dubbio avranno proposto in cambio sostegno e voti da parte della comunità evangelica.

Le testimonianze di questa influenza sono ampie e credibili. Se tutto è vero, l’Uganda sarebbe alla vigilia di una conversione senza precedenti della propria classe politica. Questo è un fatto che colpisce negativamente tutti gli ugandesi, indipendentemente dal loro orientamento sessuale.
Mentre scrivo, sto ascoltando un servizio della BBC sulla proposta di legge per le minigonne: un vero e proprio divieto di indossare in pubblico abiti succinti con disposizioni che consentono al governo di monitorare l’uso di Internet nel tentativo di eliminare la pornografia dal paese.
Fortunatamente il popolo ugandese è molto sensibile per accettare una simile intrusione nella propria sfera personale.

D’altro canto, è molto interessante che la proposta di legge sulla minigonna sia un’idea del cattolico Ministro per l’Etica e l’Integrità. Pare che questo ministro voglia surclassare i politici evangelici! Questo è un caso di competizione intra-governativa per accaparrarsi i voti dei conservatori. Non è un caso fortuito che l’evangelismo statunitense si sia interessato all’Uganda. Questi evangelici sono responsabili della creazione di un contesto, in cui è difficile per i politici mostrare simpatia per il collettivo LGBTI.

Come si può notare non è un semplice riassunto della situazione, ma bisogna riconoscere che l’atteggiamento nei confronti delle persone LGBTI è veramente distorto a scopi politici. L’uomo della strada pensa che l’omosessuale sia piuttosto portato alla “debolezza” e molti lo fanno. Date un’occhiata alle sconvolgenti risposte dei locali all’uccisione di David Kato.

Il livore nei confronti dell’omosessualità in Uganda proviene dall’aver deliberatamente presentato gli omosessuali come pedofili.

I problemi del neo imperialismo

Qualche tempo fa fece scalpore la proposta di David Cameron di non aiutare più economicamente quei paesi che adottano politiche omofobe. Quella di Cameron, secondo lei, è una politica che potrebbe avere successo?
L’Uganda è stata occupata dagli imperialisti ai tempi di mio padre e da allora combatte per l’indipendenza. Se gli aiuti economici devono dipendere dalla vita sessuale degli ugandesi, allora ti esponi all’accusa di neo-imperialismo. Da quel punto di vista è una forma di ricatto. Per me, che credo nell’indipendenza come ideale, il governo ugandese dovrebbe concentrarsi sul liberarsi dalle indebite influenze straniere, sia sotto forma di aiuto condizionato che di propaganda omofobica.

L'opera teatrale The River and the Mountain

La sua opera – The River and the Mountain – parla della situazione delle persone omosessuali in Africa. Può dirci qualcosa in più sull’argomento?
L’opera non è in alcun modo di attivismo. È stata pensata per essere stimolante ma, prima di tutto, divertente. La nostra intenzione iniziale era quella di prendere un argomento controverso, di cui nessuno parlava, e renderlo divertente e di intrattenimento.

L’eroe della storia è un imprenditore di successo e il pubblico non sa che lui è gay fino a metà della rappresentazione, quando rivela il proprio orientamento sessuale a un caro amico e da allora tutto inizia ad andare male. In questo modo il pubblico fa il tifo per quest’uomo – che combatte la corruzione e via dicendo – ma poi… diamine! È gay! Credo che questo sia un approccio molto più efficace e realistico che non chiedere al pubblico di entrare in empatia con lui. Perché dovrebbe farlo?

L’attore scelto per il nostro ruolo è noto, è un modello eterosessuale e una star del cinema. Ha amato la sceneggiatura fin da subito e si è calato nella parte. Le persone stavano guardando qualcuno che conoscevano bene per via dei numerosi cartelloni pubblicitari, per gli spettacoli teatrali, per i film… e costui era gay!

Il problema che abbiamo evidenziato è stato che gli ugandesi non ritengono che gay e lesbiche siano persone normali. Abbiamo loro mostrato che tu puoi essere amico di qualcuno, capire che è gay e continuare a prenderti cura di lui. E poiché questo era intrattenimento e non propaganda, abbiamo lasciato il pubblico libero di decidere. Non abbiamo mai detto: “Va bene essere gay”. Abbiamo solo voluto sottolineare che ci sono gay che vivono la loro vita in maniera abbastanza normale in Uganda.

Per quel che riguarda le lesbiche in Uganda, probabilmente per loro è più facile che per gli uomini gay, nel senso che gli omofobi non le ritengono così disgustose e non le associano con la pedofilia. D’altro canto, per loro è anche più difficile, perché, soprattutto nei villaggi, dalle donne ci si aspetta che si sposino e che facciano figli, non certo che si mettano al lavoro. Così, dal punto di vista economico, le lesbiche di campagna stanno vivendo un momento veramente duro. Potete incontrare alcune lesbiche che sono felicemente sposate e, detto in altri termini, bisessuali, nel senso che fanno volontariamente sesso con i loro mariti ma provano attrazione per le donne.

L'arresto di David Cecil

Lei è stato arrestato per aver messo in scena quell’opera. Può raccontarci come si sono svolte le cose?
La settimana precedente la prima, abbiamo ricevuto delle istruzioni da parte dell’Uganda Media Council (UMC) che ci vietava di rappresentare in pubblico la commedia fino a che non avessero letto e corretto il testo, il che avrebbe richiesto settimane di lavoro e di incontri. Vuoi perché la segreteria dell’UMC ci ha fatto una tale richiesta all’ultimo momento, vuoi perché nessun’altra commedia ha ricevuto un tale trattamento, vuoi anche perché l’intimazione non seguiva regole legali e anche perché avremmo potuto rappresentare l’opera solo nei giorni indicati per non danneggiare altri nostri lavori, siamo andati avanti. Abbiamo messo in scena l’opera solo per un pubblico privato per otto volte, per un totale di ottocento spettatori. Dopo l’ultima rappresentazione sono stato invitato per un colloquio “informale” con il Media Crimes Division del CID (Criminal Investigation Department). La settimana successiva sono stato accusato di due “atti di disobbedienza nei confronti di pubblico ufficiale”. Se fossi stato ritenuto colpevole mi avrebbero comminato automaticamente quattro anni.

Sono stato in custodia cautelare per quattro notti nella prigione principale di Luzira. Sebbene Luzira sia tristemente famosa, non ho avuto problemi, a parte il cibo pessimo anche per degli standard inglesi. Gli altri carcerati si sono dimostrati amichevoli, nonostante la stampa locale mi avesse definito come un attivista gay. Vedevano il mio arresto esattamente come il loro: ingiusto. Questo conferma le mie affermazioni precedenti, cioè che la maggioranza degli ugandesi non è violentemente omofobica.

Successivamente sono stato rilasciato su cauzione e sono comparso dinanzi alla corte per cinque volte, da settembre a gennaio. Ogni volta il pubblico ministero ha evitato di avvalersi anche di un solo testimone o di una qualche prova. Lei (povera donna) non aveva ricevuto dalla polizia alcuna informazione. Il magistrato, che è un cristiano conservatore, ci ha sorpresi tutti respingendo il caso il 2 gennaio, giorno del mio compleanno!

La vita è andata avanti. Poi, all’improvviso, un mese dopo, cinque giovani in giacca e cravatta sono venuti a prendermi per portarmi all’ufficio immigrazione. Mi hanno comunicato che sarei stato immediatamente espulso come “indesiderabile”. Non mi è stata data l’occasione di appellarmi e sono stato condotto nella cella della locale stazione di polizia per cinque notti. Questa volta è stato meno piacevole: eravamo in quarantatré in due piccole stanze. In ogni caso, come a Luzira, nessuno mi ha giudicato. Un dettaglio divertente: ogni giorno, le preghiere dei cristiani rinati sono state guidate da un affascinante giovane di nome Hassan, che ha detto di essere stato arrestato per… sodomia! Mi sono ritrovato su un volo KLM verso la Gran Bretagna. Il tempo qui è una delle parti più dolorose della mia punizione. Al di là della battuta, sono lontano dalla mia compagna e dai miei due figli. E questo è deprimente, soprattutto perché i miei figli sono piccoli e mi mancano immensamente.

David Cecil con uno dei suoi figli

Gli errori di noi europei

Un’ultima domanda: qual è il più grande errore che compiamo noi europei nei confronti della cultura africana?
L’Uganda non ha la nostra stessa cultura legalitaria. Dobbiamo apprezzare che la comunità LGBTI abbia un riconoscimento a livello sociale. Se non mutano gli atteggiamenti sociali, un cambiamento della legge non permetterebbe alle persone di comprendere o accettare l’omosessualità, né una riforma legislativa aiuterebbe le lobby omofobiche, che accuserebbero i politici di tradire l’Uganda a favore dell’imperialismo occidentale.
Se spingiamo troppo le società africane a cambiare, gli stessi liberali ugandesi ci rigetterebbero.
In Uganda ci sono molte persone stanche delle riforme liberticide proposte nel loro paese. Date un’occhiata al sito Freethought Kampala e alla loro pagina Facebook, per esempio.

Uno dei più grandi errori che possiamo fare è che le riforme liberali in Africa possano solo venire dall’esterno. Se così fosse, i diritti umani verrebbero sentiti come un’idea imperialista.

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