Il controverso mondo dei gay in divisa

Negli Stati Uniti, proprio in queste settimane, si discute sulla politica nei confronti dei militari gay, basata sul "Dont' Ask, Don't Tell", voluta da Clinton per difendere le persone gay in divisa ma che in realtà è stato un boomerang per quest'ultimi. Obama, in campagna elettorale aveva promesso l'azzeramento di quella norma ma pare sia stato frenato dal Consigliere per la sicurezza nazionale, James Jones, che ha spiegato che in tempi come questi la Casa Bianca ha altre priorità.

Così, dopo il caso di Dan Choi , e quello del pilota pluridecorato Victor Fehrenbach, pare che le organizzazioni GLBT Usa attendano un nuovo momento propizio per incalzare l'amministrazione Obama su quella promessa. La questione delle persone omosessuali che servono lo Stato negli apparati militari e di pubblica sicurezza interna, riguarda parecchi Stati e riguarda anche l'Italia.

E' di oggi una notizia pubblicata dal settimanale L'Espresso, di una poliziotta in servizio a Padova che si dice discriminata e punita perché lesbica. Si chiama Luana Zanaga e ha fatto parte del gruppo dei rappresentanti gay ricevuti da Gianfranco Fini che le ha tributato solidarietà. Luana racconta al settimanale di insulti ricevuti da parte di alcuni suoi colleghi e di essere finita sotto inchiesta proprio a causa della sua omosessualità: «Nelle forze dell'ordine - dice - regna ancora un clima di omofobia».

E' stata proprio lei, una mattina di sei anni fa, a soccorrere un ex collega che si era sparato dopo che aveva ricevuto insulti e derisioni da parte di altri colleghi. Insomma, vale in Italia quello che regola la vita dei militari gay negli States. Esistono però tanti Paesi occidentali che in questi anni si sono mossi per contrastare l'omofobia nelle forze armate. Succede in Gran Bretagna dove la polizia ha persino un rapporto di collaborazione ccon le organizzazioni GLBT; in Germani e in Canada o nella più vicina Spagna dove l'omosessualità può essere manifestata apertamente. Persino in Israele! Nell'agosto del 2004, ad Amsterdam l'European Gay Cop Symposium aveva progettato un network europeo per unire tutti i poliziotti omosessuali d'Europa. Vi avevano partecipato 160 agenti provenienti da diversi Paesi dell'Unione Europea e persino dall'Australia; e anche in Italia, lo scorso anno, si stava muovendo qualcosa. A Bologna, gli omosessuali in divisa, si erano trovati per un meeting contro la discriminazione sull'orientamento sessuale negli ambienti di lavoro. In quella occasione, uno dei partecipanti, dichiarò: «Per molti di noi il timore non è quello di una ritorsione violenta, quanto della discriminazione strisciante. E il disagio per il machismo quotidiano che chi è in divisa è costretto a vivere, fatto di battute e di linguaggi, lo stesso che le donne entrate nell'esercito e in Polizia hanno contribuito a cambiare, senza tuttavia riuscire a cancellarlo».

Un'ultima cosa: se provate a partecipare ai Gay Pride in tante città europee e d'oltreoceano, tra coloro che sfilano, vedrete anche uomini in divisa, orgogliosi di esserci. La discriminazione e l'omofobia, in questo nostro amato e bisfrattato Paese, riguarda un po' tutti, a scuola come nei posti di lavoro, per strada come in seno alla famiglia. Lo Stato, in tutto questo, pare essere assente e noncurante. In fondo, a noi tutti piace tanto parlare di gay e lesbiche, ma solo se appaiono al GF o al Chiambretti Show.

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