All'inseguimento della chimera

runner Vi racconto una storia. Una storia vera. Ho un amico, quasi trentenne, che abita lontano da me e che conosco da circa una decina d'anni. Non ci vediamo molto spesso per quastioni di distanza, ma ci sentiamo quasi tutti i giorni. Anche lui, Andrew ( nome inventato), è gay e nella sua vita non è mai stato molto fortunato in amore. Molte volte ha perso tempo dietro a persone che lo vedevano solo come un amico e ha trascorso mesi e mesi sperando che le cose potesse cambiare. Più volte cercavo di indirizzarlo altrove con la mente, ma quando inciampava in queste storie, Andrew non ne usciva mai facilmente.

Accadeva, a volte, che si sfogasse al telefono e si lamentasse di non aver mai avuto qualcuno per un po' di tempo al suo fianco. Le sue relazioni difficilmente superavano il mese e lui ne soffriva. Confessava di aver bisogno di qualcuno accanto, di dormire abbracciato a chi amava e di poter finalmente amare e sentirsi amato. Ne soffriva, ne sentiva la mancanza, ne aveva il bisogno. Per questo lo spronavo a non arrendersi mai, a cercare sempre qualcos'altro e che, nonostante le delusioni e le sofferenze, non doveva lasciarsi vincere.

E "grazie" a queste mie spinte, poco tempo fa ha conosciuto online, in chat, tale Daniel ( altro nome inventato). Poco dopo ha saputo che era fidanzato ma in crisi con il ragazzo ( ma guarda un po' che scusa originale per giustificarsi...). E invece di darsela a gambe levate e cercare una situazione più semplice, Andrew si è buttato a capofitto in questa conoscenza. Morale della favola: sono più di due mesi che si sentono online, che si parlano al telefono e alcune volte si incontrano per " fare un giro". Tra loro non è mai successo niente perchè ( parole testuali) " Per te, Andrew, provo qualcosa... ma non posso, non posso lasciare il mio ragazzo... sono insieme a lui da cinque anni e voglio dare un'altra occasione al nostro rapporto!". Di solito, quando sento una frase del genere, poi irrompe la voce di Gianni Morandi e finisce la puntata di " Centro Vetrine".

Non per Andrew. Lui crede alle sue parole. Lui non sembra insofferente che sia ancora fidanzato, che tra loro non sia mai successo nulla, che si possano sentire solo quando lui è solo e che gli abbia detto chiaramente che non vuole lasciare il suo uomo. A lui va bene così. Quando gli dico che forse non è corretto che lo "tenga in panchina" in caso di infortunio del giocatore principale, lui lo difende persino " Per Daniel non è sicuramente una situazione facile! Non può mica lasciare il suo ragazzo da un giorno all'altro! Io lo capisco benissimo! "

Risultato: Andrew non ha più conosciuto nessuno, incontrato nessuno e quando va in discoteca ha quasi un paraocchi per evitare conoscenze. La sua mente è totalmente concentrata su Daniel e tutto il resto non conta. Questo, mentre il diretto interessato probabilmente è a casa con il suo ragazzo che testa il materasso. Nessuno ha certamente il potere e il diritto di giudicare le scelte e la vita di un'altra persona, ma questa storia mi porta a riflettere su alcune cose. Quanto in realtà, a volte, quello che ci viene detto è quello che sentiamo? Quante volte invece prendiamo i gesti, le parole, i comportamenti delle persone che ci interessano e li " re-interpretiamo" vedendo e sentendo quello che "vogliamo" sentire e vedere? A volte ci avrebbe aiutato avere accanto un giudice imparziale che usasse quello scudo, quella protezione che in certi casi, invaghiti, dimentichiamo di possere: l'amor proprio.

Vi è mai capitato di essere al posto di Andrew? O di Daniel? Di sentirvi un surrogato di qualcuno, un passatempo per momenti di libertà tra il lavoro qualsiasi altra cosa che ha più importanza di voi? Mai stati alla ricerca e all'inseguimento di una chimera che, in cuor vostro, sapevate essere tale? Vi siete mai creati una vostra personale e irreale ( e quasi masochistica) realtà?

Foto | vincepal

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