Omosessuali quindicenni: il romanzo di Lino Centi

Copertina del libro Quindici anni per sempre di Lino CentiConiglio Editore ha recentemente pubblicato il romanzo di Lino Centi dal titolo Quindici anni per sempre, nel quale l'autore, con una scrittura ricercata e affascinante, racconta una diversa educazione sessuale ambientata nella provincia toscana, prima, e a Firenze, poi. Nella campagna toscana, nei bagni della scuola, nella penombra della stanza infantile, i ragazzi del paese imparano a darsi e a dare piacere, scoprono il proprio corpo e si rapportano con l'altro. Lino Centi, che è pittore e docente universitario ed è una persona con la quale è piacevole dialogare (si veda la prima risposta – un aforisma – alla nostra intervista), si è intrattenuto con noi di Queerblog per parlare del suo romanzo (che, tra le altre cose, è molto curato nell'aspetto grafico).

Lei è un pittore: ci racconti qualcosa di sé come se stesse dipingendo un quadro.
A Barcellona vivo fra il Palau della Musica ed Arc de Triomf: un tripudio della catalinità, un trionfo della patologia. Eppure tutto è incredibilmente leggero disinvolto ed estetico – talvolta maestosamente cutre come il teatro di Joan Brossa. Qualcosa che parla di te e di noi, di come ci si possa pazzamente ibridare senza neanche saperlo.

Lei racconta della scoperta dell’omosessualità ai tempi della scuola, nella campagna toscana di diversi anni fa: crede che oggi per un adolescente di provincia sia più facile accettarsi omosessuale o ci sono ancora molti passi da compiere?
Per quanto possa sembrare strano, gli adolescenti oggi sono assai più controllati dalle rispettive famiglie. La strabiliante diffusione dei cellulari ne è uno dei sintomi. Ma hanno più informazioni a disposizione. Per la mia generazione, tutti avvertivano che, in te, covava la diversità; ed eri davvero l’ultimo a prenderne coscienza. Così si scappava. In un gioco complesso, l’inurbamento ha fatto da volano alla scoperta dell’identità. Esattamente come nel medio evo, Die Stadt Luft macht frei: l’aria delle città rende liberi. Anche in provincia l’informazione e la conoscenza, circolano, ma è altrettanto evidente che anche i tanti bigotti s’organizzano per impedirne gli esiti. Neanche sottovaluterei la classe sociale nella quale si nasce. Di solito l’estrema povertà e l’estrema ricchezza rendono i costumi tolleranti. I più tartassati ed insicuri sono i figli delle classi medie. Dovunque si ritrovino a vivere.

Il suo libro ha il sapore del cesello: ben curato – anche nella veste grafica – e con termini che spesso sono più immagini che parole. Quanto questo modo di scrivere può contribuire, secondo lei, all’accettazione dell’omosessualità come qualcosa di normale?
Avevo appena quattordici anni, quando ho letto Le amicizie particolari di Roger Peyrefitte: era un tema inconsueto che Einaudi aveva tradotto per il modo magistrale in cui era stato scritto. Sì: la tematica gay necessita di una scrittura segnatamente creativa. Ma serve anche uno sforzo corale. Se è vero che la parola ha grande importanza, occorre sanzionare ed espungere tutta la terminologia omofoba che circola nel linguaggio. La scrittura riporta un’infima parte della violenza verbale e della confusione etica che avvelenano le meningi di giovani e vecchi. Non sono credente, ma devo ammettere che gli unici cristiani che hanno intrapreso un percorso in tal senso sono i Valdesi.

Lei insegna nella facoltà di Architettura di Firenze: dal suo punto di vista esiste uno stile gay dell’abitare
Negli anni Novanta ho passato un mese a San Francisco. Il centro dell’appartamento era costituito da un’enorme vasca da bagno rettangolare sotto un bel lucernario. Per me, quella, era l’immagine di uno stile gay di vita. Più in generale si è sottolineato come il Camp – diciamo una modalità molto libera d’assemblare le cose, talvolta anche Kitsch – avesse un’ascendenza gay. Nell’arte tutto è più esplicito. Artisti come Keith Haring hanno fatto della tematica gay il perno della loro ricerca plastica. La stesso vale per Pierre & Gilles, ed anche per la coppia Gilbert & George in Inghilterra. Ma sono soltanto alcuni esempi fra gli altri.

Sul finire del suo libro lei scrive: “Si fa strada una frase sibillina che Andrea mi ha rovesciato addosso con particolare fervore penetrandomi con i suoi occhi scuri: L’eterosessualità, dopo averne fecondato l’inizio, sarà la causa della fine del mondo”. Quindi, parafrasando il principe Myškin nell’Idiota di Dostoevskij, potremo dire che l’omosessualità salverà il mondo?
L’omosessualità ha già salvato il mondo numerose volte. Intanto lo ha salvato dalla noia – parente stretta della depressione. Un panorama esistenziale stagliato sull’esclusiva eterosessualità, sembra un incubo vissuto da svegli. Anche per i non rari eterosessuali pensanti. Inoltre - se il pianeta non avesse una massiccia minoranza gay - si sarebbe già alla fame ed alla sete: nessuna terra può sopportare una popolazione che raddoppia ogni mezzo secolo. Il fatto che il tema sia così negletto, dimostra solo una palese tendenza al suicidio da parte del genere umano. Ma è soprattutto sul piano della produzione di forme - dell’arte plastica, della creazione, dell’invenzione - che il mondo è stato salvato. Della triade d’artisti cui s’attribuisce il compimento del Rinascimento figurativo, Leonardo e Michelangelo erano omosessuali. Nel 2003, per i tipi Larousse, è stato edito, sotto la direzione di Didier Eribon, un imponente Dictionnaire des cultures gay et lesbiennes, dove arte e scienza si confrontano e fondono. Persino Alan Turing, l’inventore del computer e decodificatore di Enigma, la macchina con la quale i nazisti si passavano le informazioni riservate, era gay.

Lino Centi
Quindici anni per sempre
Coniglio Editore, Roma 2008
pp. 528, euro 14,50

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