Gianfranco Rotondi e i DiDoRe: diritti, non ideologia

Il ministro Gianfranco RotondiFfWeb Magazine – la rivista on line di Farefuturo, la fondazione di Gianfranco Fini – ha pubblicato nei giorni scorsi un intervento del ministro Gianfranco Rotondi dal titolo Coppie di fatto: diritti, non ideologia di cui riportiamo degli stralci.

Il ministro parte da una domanda e si dà una riposta:

Partiamo dal merito: serve una legge sulle coppie di fatto? Si e no, potremmo azzardare: non serve se immaginiamo una legge che fondi un istituto ancillare al fianco del matrimonio, una specie di coniugio di importazione parallela dai mercati del nord Europa. Serve, al contrario, una disciplina più compatta dei diritti già esigibili nel nostro ordinamento da parte dei cittadini che dividono un’abitazione sulla base di un rapporto che sia di affetto oppure no. Due ragioni militano per un intervento legislativo: la prima è che altrimenti il disordine sarà presto colpito da una sentenza scaturente dalle molteplici iniziative giudiziarie pendenti; la seconda ragione è che una legge ben fatta pone fine a una diatriba tutta ideologica dove a contrapporsi non sono cattolici e laici, ma da una parte gli anticlericali e dall’altra una curiosa compagnia di atei devoti e integralisti in cerca di candidature sicure.

E, a proposito dei cattolici, il ministro li invita a moderare i toni:

Si aggiunga che proprio nessun motivo di principio può preoccupare i cattolici perché l’esistenza di norme dedicate a convivenze di fatto non li riguarda, la fattispecie essendo esclusa in tutte le sue forme dai modelli etici previsti dal cattolicesimo [...] In altre parole a me, che sono sposato e padre di famiglia come vuole Santa Romana Chiesa, non viene nessun peccato e nessuna colpa giuridica dal fatto di disciplinare i diritti necessari di chi vive uno stile di vita diverso dal mio.

Mette, poi, il dito nella piaga domandandosi come mai ci si scaldi così tanto contro i DiDoRe senza nemmeno averli letti:

Forse perché da un po’ la Chiesa percepisce e un po’ si rassegna a una minorità numerica che si innerva e si innervosisce in una sorta di testimonianza estrema e di frontiera. Essa genera un istinto difensivo che individua una specie di frontiera di salvezza: l’identificazione (in passato non scontata) tra legge di Dio e diritto naturale, e la coincidenza dello stile cristiano con l’istituzione della famiglia. Un po’ bassina questa frontiera per chi è nato negli anni di un Concilio che apriva la speranza di una nuova egemonia dolce del cattolicesimo attraverso aperture e, forse, contaminazioni mai compromessi mondani.

Avviandosi alla conclusione del suo intervento, il ministro scrive:

Sui DiDoRe, sulla fecondazione assistita, sul testamento biologico, sui rapporti tra Stato e Chiesa il nostro riferimento sarà sempre la dottrina sociale della Chiesa e la tradizione del cattolicesimo democratico. Siamo l’unico Paese europeo che nel Ppe non esprime una proposta in ordine alle diverse convivenze. Siamo soliti dire che bisogna ragionare europeo e, allora, va detto che il Ppe ha una linea che coincide integralmente con la proposta dei DiDoRe.

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