Piacere Maria o dell'accettazione della propria sessualità

Copertina del libro Piacere Maria di Maura ChiulliPiacere Maria è il nuovo libro di Maura Chiulli (Queerblog ne ha già parlato qui). È un libro che narra due storie: quella di Maria – donna fragile e al contempo forte, che lotta con i propri fantasmi e percorre un cammino di accettazione della propria sessualità – e quella del Dott. T – uomo forte e al contempo fragile, così fragile da non avere nemmeno un nome, che di fantasmi e fantasie si nutre. Un romanzo che chiede di essere letto ad ogni pagina e che alla fine di ogni capitolo fa sperare in una soluzione di tanto dolore che, invece, viene sempre procrastinata.

L'autrice ha risposto ad alcune domande per i lettori di Queerblog.

Perché hai scelto di far compiere a Maria un percorso così doloroso nell'accettazione della propria omosessualità?
Piacere Maria non è un testo per soli omosessuali come spesso accade con la narrativa di genere, relegata allo scaffale gay. Il mio romanzo lo immagino come un viaggio universale nell’intimità di una donna che si scopre lesbica. Le violenze, la bulimia, l’autolesionismo, l’isteria sono la soluzione che Maria trova per sfuggire a patimenti più profondi e inaccettabili: l’omosessualità il primo. Ho cercato una strada verosimile che conducesse i lettori in un posto ancora per molti troppo lontano, in cui l’omosessualità non è un vezzo né un vizio, non è una depravazione né l’anticamera della pedofilia. Maria è figlia di una cultura sociale che esclude la diversità (se esiste) e per questo vive come inaccettabile il proprio desiderio ed è pronta al massacro pur di non riconoscersi omosessuale, fino a quando... Maria non è sola, so che sarà lo specchio per molti occhi onesti.

La figura dello piscoterapeuta è molto particolare (non diciamo di più per incuriosire i lettori): perché questo taglio?
Il Dott. T è un personaggio particolare, hai ragione. Ha un’intelligenza disarmante, tuttavia insufficiente: è lui il vero martire della storia. La mia penna si è scagliata con forza su quest’uomo solo, misogino, disorganizzato, che della propria mascolinità non sa che farsene. Il Dott. T. ha troppi conti in sospeso con il proprio passato. Castrato, cinico, disilluso e fissato in una misantropia isolante il Dott. T. finisce per mostrarsi come una macchietta, una caricatura, ma non voglio dirvi troppo. Conoscetelo con i vostri occhi.

Ritieni che sia più facile per una donna o per un uomo accettarsi come omosessuali?
Omosessuali si nasce, eppure questo non è un assunto nel nostro Paese. Accettare la propria omosessualità implica (in Italia) una serie di rinunce; talvolta si deve persino barattare la propria famiglia d’origine per avere la propria esistenza. Altre volte si deve lasciare a casa la propria compagna per non far sapere ai colleghi che si è una famiglia di sole donne. Uomini e donne: lo stesso dolore, fino a che retaggi culturali, cecità sociali, dogmi religiosi predicheranno l’esclusione e l’anormalità dell’amore omosessuale. Sebbene complesso, talvolta doloroso, riconoscere la propria natura sessuale è un diritto e un dovere di ciascuno, Maria compresa.

Che letture ci sono dietro questo libro?
Il personaggio di Maria nasce per primo come fusione di una serie di donne e di uomini taluni conosciuti, taluni letti. Alda Merini mi ha mostrato i deliri salvifici della poesia e cerco di trattenere questa autrice in tutti i miei personaggi. Anaїs Nin mi ha dato tanti suggerimenti nella caratterizzazione di Maria. Il cinismo del Dott. T. l’ho imparato dalla vita, ma soprattutto da Michel Houellebecq e Emmanuel Carrère. Rileggendo Il deserto dei Tartari un giorno mi è venuto in mente di costruire un deserto proprio attraverso la storia della non vita di Maria, chiusa nella sua fortezza-corpo prodiga di solitudine e tormento. Costruire il Dott. T., uno psicoterapeuta che fosse credibile, è stato molto complesso e devo ammettere che tutti gli studi di psicologia che hanno preceduto il romanzo mi hanno imposto numerose evoluzioni personali. Insomma devo qualcosa al mio testo.

All'inizio del libro dici che nel libro non c'è nulla di autobiografico. Anzi affermi: “Chiedetemi chi sono e non abbiate la pretesa di conoscermi da queste pagine. Io non sono Maria, non potrei mai farmi questo”. Chi sei, allora?
Sono una donna che ha accettato con garbo e con rispetto la propria anatomia. Alla voce “sesso” mettete pure una X su “femmina”. Tuttavia la mia identità di genere, che trascende il sesso, in quanto frutto di elaborazioni personali a seguito di esperienze, relazioni, retaggi culturali, mi impone di dirmi Altra dal concetto di femminilità scosciato che i media vomitano. Né santa, né velina, sono una donna nel sesso (lo ribadisco), ma solo Maura nel genere. D'altronde una certa Simone de Beauvoir diceva che “donna non si nasce, si diventa“ e io provo a diventarlo, a mio modo però. Vorrei dirmi sorella di Sarah Kane, figlia di Anaїs Nin e Henry Miller, nipote di Alda Merini e amica intima di Amélie Nothomb: in tal modo la perizia e il talento letterari sarebbero garantiti. Tuttavia devo arrischiarmi con la mia sconosciuta identità in costruzione sperando che alle vostre sensibilità arrivino i miei coltelli. Non è la mia vita quella che racconto: a chi interesserebbe? Credo che la letteratura sia la finzione che la realtà partorisce per perpetuarsi.

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