Festival Mix: Dream boy, dramma gay nell'America rurale


Due adolescenti che si innamorano con la difficoltà di essere gay in campagna, una religione ossessiva e oppressiva nell'America della Bible Belt, relazione più che difficili tra padri e figli, l'omofobia della provincia, una storia di fantasmi. Tutti questi elementi, non sempre ben amalgamati, confluiscono in Dream boy, la pellicola di James Bolton che ha aperto la 22esima edizione del cinema gaylesbico e queer culture di Milano, ora ribattezzato Festival Mix, con una sorta di affiliazione alle omonime manifestazioni di New York e San Paolo in Brasile.

Il film punta molto - oltre che su paesaggi e fotografia - sul pedale del patetico, esagerando forse un po' nell'accumulare qualche cliché di troppo; è efficace la denuncia dell'ambiente repressivo e dell'ossessione cristiana negli stati del Sud degli Usa, dove probabilmente gli anni Sessanta non sono mai arrivati e il clima bigotto è sempre irrespirabile. Chiese, sermoni, preghiere e incombenti crocifissi ce lo ricordano in molte inquadrature, ottenendo un effetto angosciante.

Un po' meno riuscita - o troppo ambiziosa - la rappresentazione della famiglia e delle sue dinamiche distruttive: troppi luoghi comuni e troppe sfighe per il protagonista Nathan, che si ritrova all'inizio del film scaraventato in un ambiente di campagna, al seguito di mamma e papà. A tratti emozionante, invece, anche se un po' improvvisa la scoperta dell'amore tra il protagonista e il vicino di casa, compagno di scuola e conducente del bus scolastico, un biondo Maximillian Roeg, tra l'altro figlio di Theresa Russell.

Bella la fotografia, bravi gli attori, qualche incertezza nei dialoghi anche se i lunghi silenzi erano forse voluti. Numerose - volontarie o no - le citazioni da Brokeback Mountain.

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