Quanti sono i modi per dire “gay”?

Copertina del libro 50 modi per dire favolosoÈ da poco in libreria il romanzo di Grame Aitken, scrittore e libraio neozelandese, dal titolo 50 modi per dire favoloso con tanto di mucca in copertina. Il romanzo narra di Billy, ragazzino di campagna che ogni tanto – e non solo nella sua fantasia – si trasforma in Judy Robinson, eroina di una serie tv. C’è di tutto in questo libro: l’inizio dell’adolescenza, la scoperta del sesso, i primi innamoramenti, le incomprensioni con i genitori, i familiari e i compagni, il rifugiarsi in un proprio mondo, le spavalderie proprie dei ragazzi… Un libro che parla della scoperta dell’omosessualità di un ragazzino in un contesto spazio-temporale molto lontano dal nostro. Il titolo prende spunto dalla definizione di checca che troviamo nel testo: uno che conosce cinquanta modi per dire favoloso.

Abbiamo rivolto alcune domande Giulio Tancorre, traduttore del romanzo pubblicato in Italia dalle Edizioni del Cardo.

Quale è stata la parte più difficile o, se vuoi, la più simpatica da tradurre?
50 modi per dire favoloso è sicuramente un romanzo leggero e divertente, che si fa leggere con grande facilità. La simpatia e la sensibilità del “piccolo” Billy, il protagonista, sono senz’altro il suo punto di forza, e particolarmente divertente è stata la traduzione dei dialoghi e dei vari nomignoli che gli vengono attribuiti dai suoi compagni. Anche le battute dello spettacolino che Billy allestisce con sua sorella e sua cugina nella veranda di casa mi hanno dato dei momenti di grande divertimento. Ma proprio i passaggi che creano questa atmosfera di simpatia e leggerezza sono stati anche i più difficili da tradurre: giochi di parole, riferimenti a telefilm cult, soprannomi fantasiosi con variazioni sul tema... Le stesse frasi su cui ruota tutta la storia (“fare la checca” e “cinquanta modi per dire favoloso”) hanno posto non pochi problemi. Quando Billy si sente rivolgere l’insulto “checca” (di cui non conosce il significato), comincia a fantasticare di teatri, costumi, canti, di un mondo colorato e divertente in cui possa fare il poof, la checca, appunto. Inoltre, il romanzo è ambientato nella Nuova Zelanda degli anni Settanta, e proprio questa collocazione spaziale e temporale ha comportato non pochi problemi di carattere culturale per la traduzione. Ho dovuto persino inserire un paio di note del traduttore per spiegare alcuni giochi di parole intraducibili, cosa che non capita molto spesso.

Umberto Eco sostiene che tradurre è dire quasi la stessa cosa. Ci sono dei passaggi del libro in cui hai dovuto ri-dire a parole tue quel che l’autore diceva?
Come si fa a contraddire Eco? Scherzi a parte, in questi ultimi anni semiologi e studiosi di comunicazione stanno mostrando un grande interesse verso la traduzione: in fondo tutti noi, ogni volta che raccontiamo a un amico la trama di un film, o descriviamo un’immagine, o semplicemente riportiamo un discorso altrui, di fatto compiamo un’operazione di traduzione in senso lato (da “parole altrui” a “parole nostre”). Il che è ancora più evidente quando si riporta un discorso altrui da una lingua/cultura a un’altra. Non c’è dubbio, quindi, che tradurre sia dire “quasi” la stessa cosa: ma quello che conta non è semplicemente tradurre una serie di parole, bensì cercare di rendere lo stile dell’autore nel modo più fedele possibile in una lingua diversa dall’originale. Se alcuni giochi di parole o riferimenti culturali al mondo anglosassone e agli anni Settanta (ad esempio, il lettore italiano ha sicuramente familiarità con la serie televisiva di Zorro o con il musical Hair, ma chi è il “famoso” David Cassidy di cui Billy è perdutamente innamorato?) si sono inevitabilmente persi, è anche vero che in altri casi ho avuto modo di intervenire in prima persona e diventare po’ autore anch’io, senza per questo “tradire” necessariamente l’originale. Per esempio allontanandomi dalla traduzione “letterale” e riproducendo il modo di parlare dei ragazzini che popolano il romanzo, un linguaggio fatto di frasi sgrammaticate, di parole usate impropriamente e di espressioni che cercano di imitare il modo di parlare dei grandi.

Per le Edizioni del Cardo hai tradotto anche Gioia e conforto: dal punto di vista della traduzione quale ritieni sia il migliore?
Credo che raramente il traduttore sia il più indicato a esprimere giudizi sulla qualità del proprio operato, così come l’autore spesso non è in grado di dire quale sia la sua opera più riuscita. Quando si parla di quello che uno ha scritto o tradotto entrano in gioco motivazioni e stati d’animo personali... Quello che posso dire è che Gioia e conforto è un romanzo scritto in uno stile molto delicato e ricercato, a tratti non facilmente “digeribile”; e proprio per questo ho posto grande cura nel cercare di riprodurne lo stile in italiano, anche a rischio di apparire un po’ macchinoso o pesante. Ma in fondo chi l’ha detto che la qualità di un libro si debba giudicare solo in base alla sua scorrevolezza o facilità di lettura?

Quale testo gay della letteratura anglofona secondo te dovrebbe essere tradotto in italiano? E poi consiglia un libro da leggere e uno da evitare per i lettori di Queerblog
Premetto che non ho una grande conoscenza del panorama letterario “gay”, e sono pienamente d’accordo con l'editore Jean-Marie Pouget quando dice che sarebbe bello se in un futuro non molto lontano scomparisse la distinzione tra letteratura “gay” ed “etero”. Detto questo, c’è una raccolta di racconti che mi ha molto affascinato e mi piacerebbe vedere tradotta in italiano: si chiama Hot Chicken Wings, di Jyl Lynn Felman, scrittrice e performance artist americana che si autodefinisce una “Jewish lesbian writer” decisamente poco ortodossa da ogni punto di vista.

Un libro da leggere... mi sento di consigliare un po’ tutte le opere di Carson McCullers, una scrittrice che amo particolarmente, considerata un classico negli Stati Uniti, ma purtroppo sottovalutata in Italia. Il suo La ballata del caffè triste è uno straordinario e torbido romanzo breve che descrive uno strano triangolo tra una donna molto mascolina e autoritaria, un ambiguo nanetto e un rude e virile avanzo di galera. Sempre della McCullers, mi augurerei una nuova traduzione di Riflessi in un occhio d’oro, un’altra storia piuttosto inquietante e grottesca che vede come protagonisti “due ufficiali, un soldato, due donne, un filippino e un cavallo”. Un romanzo straordinario, che però in Italia è stato appiattito da una traduzione (ormai in circolazione da più di sessant’anni) a mio avviso troppo banale.

Un libro che sconsiglio? Non mi piace fare nomi, ma, personalmente, in genere sono molto scettico nei confronti di quei libri che riempiono con decine di copie le vetrine delle grandi librerie. Sembrano tutti fatti in serie, come le scarpe da ginnastica o i telefonini...

  • shares
  • Mail
4 commenti Aggiorna
Ordina: