Mirella Izzo: maschile e femminile. Non solo una questione linguistica / 2

Mirella IzzoDopo l'interessante inizio di contributo pubblicato ieri di Mirella Izzo, approfondendo il discorso legato alla questione "maschile e femminile", ecco la seconda parte del suo contributo esclusivo per Queerblog.

La legge infatti scavalca parzialmente la medicina e stabilisce che, rimossi i caratteri sessuali primari, la persona a cui sia stata diagnosticata la patologia di disforia di genere o disturbo dell’identità di genere diventi a tutti gli effetti di legge “donna” o “uomo” a seconda del percorso di transizione effettuato.

Per legge Silvia è semplicemente una donna e la sua transizione è protetta dalle leggi sulla privacy. Essendo considerata la nostra realtà come una patologia, su di essa dovrebbe esistere una protezione totale alla pari di quanto avviene per - ad esempio - le persone sieropositive all'HIV.

Silvia non è né una trans, né un trans. È donna per legge. Avendo dichiarato lei, sua sponte, la sua origine “non genetica”, i termini corretti da usare potrebbero essere “Silvia, una donna ex transessuale (o transgender)”. Quindi ovviamente per lei è d'obbligo usare il femminile... direi per legge e correndo rischi di querele o denunce se si utilizza il maschile.

Per le persone non operate, e quindi non rettificate all'anagrafe, non esiste una regola impositiva. Si può scegliere se guardare in mezzo alle gambe o all'identità espressa dalla persona (cervello) e decidere di conseguenza.

Tutto questo vale per l'Italia. Se fossi una cittadina spagnola o del Regno Unito (e, per alcuni versi, anche tedesca) anche per me si dovrebbe usare il termine “donna” ed eventualmente “ex trans”, se io rivelo la mia origine non genetica. Perché? Perché in quei paesi le leggi guardano al cervello e non in mezzo alle cosce!

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