"Bianco e nero" ed "XXY": l’accettazione del diverso

Bianco e nero

Per puro caso mi è capitato di vedere al cinema il film della Comencini Bianco e Nero la sera dopo aver visto in dvd il film XXY di Lucía Puenzo. Due film differenti, e purtuttavia complementari sull’accettazione del “diverso”.

Bianco e nero narra la storia di integrazione fra bianchi e neri (il titolo è esplicito, no?). La critica non ne ha parlato bene, salvando però alcune cose. Come dicono gli amici di Cineblog:

«Va dato atto alla Comencini di aver avuto il coraggio di portare sui grandi schermi un problema reale, che ci appartiene, che vive nelle nostre città e nelle nostre case, che tutti noi cerchiamo di nascondere e mascherare, attraverso una commedia che strappa più di un sorriso, ben sceneggiata e musicata, con La vie en Rose di Grace Jones a dominare il tema musicale portante, e un’ottima fotografia, che si preoccupa di carpire una Roma di stampo quasi turistico».



Non altrettanto eloquente è il titolo di XXY, in cui si parla della difficile storia di Alex, che tutti considerano ragazza e che, per essere ermafrodito, presenta anche i caratteri sessuali del ragazzo. A complicare il tutto ci si mette un amico di famiglia chirurgo estetico che vorrebbe operarla per farla diventare ragazza a tutti gli effetti, il figlio di questi che si innamora di lei e via dicendo.

Al di là del fatto che tali film possano essere piaciuti o meno, mi chiedo (e vi chiedo): è così difficile accettare il diverso, il differente, chi la pensa diversamente da noi o è diverso da noi? Diverso, poi, in che senso? Da chi? Chi stabilisce quel che è diverso? Una statistica numerica? Un colore? Non siamo unici e irripetibili e, quindi, intrinsecamente tutti diversi?

Anche all’interno del «nostro» mondo lgbtqi (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer, Questioning and Intersex) non è che si brilli in quanto a spirito di accettazione e capacità di ascolto del diverso: i “bear” snobbano le “secche” e i “fashion” che, spesso, spasimano dietro i “muscle” i quali cercano solo i loro simili.

E non parliamo, poi, dell'opinione comune sulle lesbiche «che son tutte camioniste» e delle/dei trans. E i bisex? Solo degli eterni indecisi… E se invece iniziassimo a guardare «l’infinito del volto» dell’altro, come dice Lévinas?

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