Amy Winehouse è brava, baraccona, strafatta e dunque icona

Cogliamo l’occasione della notizia della cancellazione del tour di Amy Winehouse per continuare il nostro viaggio alla scoperta delle icone gay “alternative”. La talentuosa cantante soul-jazz inglese viene spesso citata dalle cronache per i suoi eccessi con alcol e droghe – a tal proposito, il destino non poteva riservarle un cognome migliore – e questo non può che avvicinarla al podio dell’icona (file under Britney Spears ma anche Courtney Love).

Secondo l’identikit dell’icona di cui abbiamo parlato poco tempo fa, la Winehouse incarna appieno tre parametri: il look camp, la vita tempestata di difficoltà, le canzoni che possono essere interpretate in chiave omosessuale.

Non so se abbia anche amici gay o se abbia mai sposato la causa omosessuale, però, riguardo ai tatuaggi di donne nude di cui è cosparso il suo corpo, ha dichiarato: “Mi piacciono le pin-up. Mi sento più uomo che donna. Però non sono lesbica - non prima di una sambuca comunque”. Occorre aggiungere altro?

Dopo essersi esibita un mese fa all’Alcatraz di Milano in una delle poche apparizioni live in cui sembrava piuttosto sobria, ora i guai giudiziari del marito e le pessime condizioni psico-fisiche di lei hanno costretto la cantante (o la casa discografica) ad annullare i concerti fino a dicembre.

Arresti, overdose, figuracce in tv e sul palco hanno decretato il trionfo del personaggio forse più della sua magnifica voce nera e profonda. Quel che è certo è che questa specie di travestito tragicomico sta aprendo una breccia nel cuore dei gay. Una prova? Sabato scorso ero in una discoteca gay e, appena il dj ha messo “Back to black” – nonostante non ci sia nulla di dance nel pezzo –, ho visto tra i presenti in pista un’evidente esplosione di euforia.

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