Discriminazione sul lavoro: fino a che punto?


Una ricerca della University of New Hampshire Whittemore School of Business and Economics rivela che gli omosessuali conviventi guadagnano il 23% in meno dei maschi sposati e il 9% in meno degli uomini che convivono con una donna. Potete leggere la notizia qui. Le lesbiche invece non sarebbero discriminate dai datori di lavoro, poichè sono considerate più propense alla carriera, non avendo di norma una famiglia “tradizionale” con figli da crescere.

La discriminazione dei maschi gay sarebbe maggiore, secondo lo studio, nei settori del management, dei blue-collar e in quelli prevalentemente maschili come le costruzioni, l’estrazione, ecc. Le motivazioni, dicono gli autori della ricerca, sono le solite: pregiudizi, problemi legati alla produttività (mischiare dipendenti etero e gay sarebbe motivo di distrazione…???), eventuale riluttanza dei clienti ad avere a che fare con un gay, paura dell’aids.

Sicuramente in certi ambienti lavorativi il machismo prevale. Eppure, per alcune occupazioni, l’omosessualità è considerata un vantaggio dalle aziende, e non solo nella moda o nel design, dove esistono vere e proprie lobby omo. Soprattutto in quelle mansioni che richiedono uno stretto contatto col pubblico, i gay sono ritenuti (a torto o a ragione) più idonei, perché più empatici e cortesi. Chi si occupa di risorse umane lo sa benissimo.

Anni fa lavoravo in un ristorante dove la proprietaria a un certo punto decise di assumere solo camerieri gay, coi quali si lavorava meglio, diceva. Io fui il primo finocchio (dichiarato) ad essere assunto. Prima dell’invasione frocia, tra i membri del personale c’erano parecchie tensioni. Io mi facevo i fatti miei e me la ridevo. Un collega etero e coatto, lontano anni luce dall’essere friendly, una volta mi disse: “Tu sei l’unico normale qua dentro”. E voi vi sentite discriminati sul lavoro?

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