Djuna Barnes e il lungo viaggio del ritorno

La scrittrice Djuna Barnes

Con il cappello a turbante, la bocca dal trucco vistoso ed il volto squisitamente spigoloso, Djuna Barnes rimane, a oltre trent’anni dalla morte, un’enigma. Un rompicapo che continua ad affascinare il pubblico.

Cresciuta in una famiglia numerosa ed eccentrica, con il padre convinto assertore della poligamia, la scrittrice ebbe un’infanzia fuori dagli schemi, ma guastata da gravi problemi economici ed un probabile abuso sessuale da parte di un vicino o forse, come suggerirebbero alcune lettere personali, del padre stesso.

La svolta nella vita della Banes avvenne tuttavia con il suo arrivo a New York, dove iniziò a lavorare per diversi giornali. Inevitabilmente il Greenwich village, luogo di ritrovo di artisti ed intellettuali, divenne il suo quartiere, la sua casa d’elezione. Qui, tra i locali fumosi, le interminabili chiacchierate di poeti e scrittori e le dolenti note del blues, Djuna Barnes divenne ben presto una piccola celebrità. Molti sono gli amori di quel periodo, sia con uomini che con donne, ma fu a Parigi, dove arrivò per intervistare James Joyce che la scrittrice si imbatté in quella che fu probabilmente la persona più importante di tutta la sua vita: Thelma Wood.

Un rapporto ancora una volta non facile, con desideri e attitudini in contrasto, mentre la Barnes sognava un rapporto esclusivo con l’amante, la Wood inquieta ed instancabile seguiva altri sentieri, perdendosi o sostenendosi con altri flirt, altri incontri, altre donne. Un’esperienza che darà poi vita al romanzo più celebrato di Djuna Barnes: Nightwood.

Gli anni che seguirono la pubblicazione del libro, osannato dalla critica ma snobbato dal pubblico, furono difficili. La scrittrice tentò anche il suicidio a Londra. Salvata in extremis, venne allora rispedita a New York dalla madre, ma la convivenza tra le due si rivelò insopportabile e la Barnes si ritrovò in men che non si dica in mezzo ad una strada.

Nel settembre del 1940, l'autrice ritornò al Greenwich village, dove visse fino alla morte nel 1982. Lunghi anni in cui la Barnes si estraniò dal mondo, rifuggendo ostinatamente la compagnia degli altri. Rifiutò di incontrare Carson McCullers che la idolatrava, Anais Nin che le scriveva lettere ammirate e E. Cummings che per sapere come stesse, doveva sempre chiederglielo dalla strada. China sulla sua macchina da scrivere, con la musa che le stava seduta accanto e le dita che le dolevano, Djuna Barnes scrisse furiosamente fino all’ultimo respiro.

  • shares
  • Mail