Il prete con il triangolo rosa

Nel libro “Gli uomini con il triangolo rosa” di Heinz Heger si narra la storia di un prete gay ucciso di botte nel campo di concentramento di Sachsenhausen

Nel Giorno della Memoria ricordiamo anche le vittime omosessuali nei campi di concentramento: i gay, come è noto, venivano contrassegnati con un triangolo rosa. La Giornata della Memoria, però, non deve diventare un alibi, quasi una scusa per metterci la coscienza a posto. Come recita uno slogan relativo a questa giornata: dimenticare la storia significa compiere due volte gli stessi errori. E la memoria va coltivata, non relegata a una celebrazione annua.

È per questo che vogliamo ricordare la storia di un prete, di cui non si conosce il nome, rinchiuso nel campo di concentramento di Sachsenhausen perché gay. La storia di questo prete è narrata da Heinz Heger nel suo libro The Men with the Pink Triangle. The True Life-and-Death Story of Homosexuals in the Nazi Death Camps.

Di questo prete non si sa nulla, se non la testimonianza di Heger. Tuttavia padre William Hart McNichols – iconografo e sacerdote cattolico – ha voluto realizzare un'icona dal titolo Santo Sacerdote Anonimo di Sachsenhausen in cui il prete in questione viene rappresentato come martire, dentro la mandorla – simbolo della divinità –, con l'aureola della santità e il triangolo rosa ben visibile. Di seguito la storia di questo prete anonimo, in una nostra libera traduzione.

Santo Sacerdote Anonimo di Sachsenhausen con il triangolo rosa

Santo Sacerdote Anonimo di Sachsenhausen

Verso la fine di febbraio 1940, è arrivato nel nostro blocco un sacerdote: un uomo di circa sessant’anni, alto e dall’aspetto distinto. In seguito abbiamo saputo che veniva dai Sudeti ed era di famiglia aristocratica.

Quando la sua tonsura venne scoperta, il caporale delle SS prese un rasoio e disse: “Vado ad estendere la sua tonsura” e rasò la testa del sacerdote, senza la minima cura e tagliandogli, così, il cuoio capelluto. Il sacerdote tornò nel nostro blocco con la testa tagliata e sangue che gli colava sul volto. Era pallido e gli occhi erano fissi nel vuoto. Si sedette, incrociò le mani in grembo e mormorò, più a se stesso che agli altri: “Eppure l'uomo è buono, è una creatura di Dio!”. Io gli ero seduto accanto e risposi, a voce bassa ma con fermezza: “Non tutti gli uomini: ci sono anche le bestie in forma umana, create forse dal diavolo”. Ma lui, il prete, non prestò attenzione alle mie parole, e pregava, muovendo appena le labbra.

Il nostro capo blocco, però, segnalò che c’era un prete che pregava e così, all’improvviso, il sergente – accompagnato da un sottufficiale – irruppe nella nostra baracca, afferrò il prete e iniziò a percuoterlo e a insultarlo. Ma il prete non si lamentava, limitandosi a fissare i due uomini: cosa, questa, che li rese ancora più violenti. Presero quindi il sacerdote, lo legarono a una panca e iniziarono a picchiarlo con i bastoni, su tutto il corpo, soprattutto sul ventre e sugli organi sessuali. Il prete svenne. Solo allora i due carnefici la smisero e se ne andarono, continuando, però, a insultare il sacerdote.

Noi lo sciogliemmo dalla panca e lo stendemmo sul letto. Lui provò a ringraziarci, ma non aveva forza.

Quando il mattino dopo abbiamo marciato verso la piazza d’armi, dovemmo sostenere quel prete che, a causa del dolore e della debolezza, sembrava sul punto di crollare. Ci fu qualcuno che riferì al sergente delle SS della sofferenza del prete. Il sergente, allora, si avvicinò e riprese a insultarlo. Ma lui, il prete, stava zitto. Il sergente stava di nuovo per colpirlo quando accadde una cosa strana, che ancora oggi non mi spiego: sembrò quasi che un raggio di sole illuminasse il volto martoriato del prete. Calò un silenzio incredibile. Anche il sergente delle SS ammutolì e guardò il cielo e se ne andò. Il prete, da parte sua, mormorò: “Grazie, Signore: so che la mia ora è giunta”.

A sera il prete era ancora con noi, per l’appello. Non c’era bisogno di sostenerlo: lo mettemmo, infatti, al temine della fila, insieme agli altri morti della giornata, sì che per l’appello il numero di tutti noi fosse al completo. Alle SS non interessava un bel nulla se noi fossimo vivi o morti: dovevamo essere tutti.

In questo prete senza nome – internato nei campi di concentramento perché gay e ucciso perché omosessuale e uomo di preghiera – noi gay e lesbiche abbiamo un modello e un protettore.

Via | Queering the Church

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