Secondo Vittorio Feltri, "checca" non è un insulto e "prendersi in giro e sorridere è segno di civiltà"

Vittorio Feltri avrebbe potuto risparmiarsi benissimo questo discorsetto a difesa di Eziolino Capuano

7/09/2012 La Versiliana, Festa de Il fatto Quotidiano, nella foto Vittorio Feltri

Conosciamo tutti, ormai, il caso "Eziolino Capuano": l'allenatore ha praticamente dato delle "checche" ai suoi calciatori, colpevoli di aver perso la partita con l'Alessandria al 93° minuto. Capuano si è poi scusato spiegando che non sapeva cosa volesse dire "checca" e che facesse riferimento al mondo omosessuale: cosa assurda, ma noi facciamo finta di crederci, anche perché è a Feltri che vogliamo arrivare subito.

Qualsiasi individuo sa bene che non è tanto la parola che ferisce quanto l'intento con cui la si usa: se dico a un bianco "Sei un nero", lo offendo non perché "nero" sia offensivo di per sé, ma perché connoto quel "nero" con un'accezione particolare. Ora, non so se Capuano volesse dare a "checca" una certa connotazione, ma so bene che, sulla base di questo ragionamento, Vittorio Feltri scrive delle assurdità:

"Ovvio che Eziolino (già il nome fa ridere) si sia incavolato con i suoi atleti e non li abbia elogiati. Di norma, in queste circostanze volano parolacce irriferibili. Ma Capuano, che è persona gentile e non usa un linguaggio da caserma, anzi da social network, al culmine dell'ira si è limitato a definire così i difensori dell'équipe soccombente: checche. Il significato è noto: persone effeminate oppure, estremizzando, omosessuali. Mal gliene incolse. Se li avesse ricoperti di insulti, alla moda di Twitter (tipo: figli di puttana, brutte merdacce, teste di cazzo e roba del genere) nessuno probabilmente avrebbe reagito. Lo sfogo sarebbe stato considerato nei limiti della corrente maleducazione. Checche, no. Non si può dire perché il vocabolo non è offensivo se rivolto a un eterosessuale, ma potrebbe esserlo per gli omosessuali. Chi lo pronuncia rischia di essere accusato di omofobia".

Gli omosessuali vittime?

Giusto, Feltri: ha centrato il punto. Se io dicessi ad Alfonso Signorini "Sei un Feltri", lei come reagirebbe? Il suo cognome non è certo offensivo, ma, se io lo usassi per offendere Signorini dopo che ha versato dell'acqua sui miei pantaloni? Cambierebbe tutto, no? Proprio con questo esempio, tutto il suo discorso volto ancora una volta a far passare gli omosessuali come vittime di una società cattiva cade, eccome se cade.

"Ho l'impressione - scrive Feltri - che si stia sbroccando: è lecito scherzare su tutto e su tutti (barzellette sui carabinieri, sui politici, sui preti, sui medici, persino su Dio, e non parliamo dei giornalisti), ma se dici una mezza parola faceta sui gay sei rovinato. Il problema, invece, è un altro. Poiché è ingiusto discriminare gli omosessuali, non si capisce perché costoro debbano essere esclusi dagli sfottò che regolarmente coinvolgono altre categorie, capaci di sorriderne o almeno di non farne una tragedia. La pari dignità si misura anche dal grado di accettazione delle burle. Prendersi in giro e sorridere è un segno di civiltà".

Inutile giustificare l'ingiustificabile

Il problema è un altro ancora, caro Feltri: ridere è bello ed è un luogo comune che il mondo LGBT sia sorridente e quasi carnevalesco: ciò non vuol dire che ci facciam prendere in giro od offendere da allenatori, giornalisti, opinionisti, psichiatri, politici e così via. Da che mondo e mondo, lo ripeto, "checca" ha una lettura dispregiativa: la parola è in genere usata per offendere gli omosessuali per via delle loro movenze femminili, cosa che non accomuna tutti, tra l'altro, e che non deve essere comunque motivo di sberleffo; se io la uso contro qualcuno, in genere, e purtroppo, lo dico per offenderlo. Ed è inutile nascondersi o giustificare l'ingiustificabile.

PS. Se volete leggere tutto l'intervento di Feltri, l'articolo intero è disponibile qui.

  • shares
  • Mail
3 commenti Aggiorna
Ordina: