Le parolacce gay

Un excursus storico-culturale sulle parolacce, anche quelle che riguardano il mondo queer

parolacce

Perché diciamo le “parolacce”? Che significano? Cosa provocano? Sono queste le domande che si pone Vito Tartamella nel suo interessante libro Parolacce. Perché le diciamo, che cosa significano, quali effetti hanno. È un saggio che affronta il mondo delle parolacce dal punto di vista linguistico, sociale, culturale, religioso... E ovviamente ci sono le parolacce gay. Ecco alcuni passaggi del libro.

Gli insulti politicamente più scorretti, oggi, colpiscono gli omosessuali, chiamati: frocio (narici, soprannome dei soldati papali svizzero-tedeschi: avevano il naso rosso in quanto forti bevitori ed erano inclini all'omosessualità); ricchione (da “hirculonis”, caprone, o dall'assonanza fra “auriculus”, orecchio, e “culus“), “pederasta” (amatore di fanciulli), “rottinculo”, “lesbica” (dall'isola di Lesbo, in Grecia, dove la tendenza era diffusa), “culattone” (inculatone), “checca” (dall'abitudine dei gay di chiamarsi con nomi femminili), “finocchio” (servo sciocco ed effeminato nella commedia dell'arte), e, nell'antichità, “invertito”, “anormale”, “contro natura”. “Sodomita”, cioè abitante di Sodoma, deriva da un episodio biblico, che racconta in realtà un tentato stupro di gruppo ai danni di due angeli in visita a Lot (Genesi 19, 1-29). Tutti questi termini presuppongono una morale sessuale secondo cui solo l'eterosessualità è normale. I termini spregiativi colpiscono molto più l'omosessualità maschile che quella femminile: solo la prima è ritenuta una minaccia all'identità sessuale. (pag 45-46)

Nell'excursus storico sulle parolacce l'autore segnala anche dei graffiti di epoca romana (un po' come le scritte nei bagni pubblici di oggi...). Dopo un'interessante mappa del cervello volgare (pagg. 230-232), Tartamella analizza la parolaccia come attacco all'identità sessuale delle persone e mette in evidenza “il prima del frocio e della troia” (pag. 269-271). E riporta una sentenza del Tribunale del 1995 che condannò un giornalista a pagare trenta milioni di lire a Gianluca Vialli per aver detto che Mancini era il suo “amichetto”. Ecco la sentenza:

È lesiva della reputazione di un atleta, in quanto assolutamente non conciliabile nell'immaginario collettivo, la qualifica di omosessuale, non veritiera e riportata dal giornalista senza verificare l'attendibilità di voci ricorrenti (pag. 271)

Il problema, cioè, non è se la “diceria” su Vialli fosse vera, ma il fatto che, per il sentire comune, l'omosessualità è un'onta. Per un calciatore, poi. Già, ma si era nel “lontano” 1995. Quasi vent’anni dopo le cose non sono cambiate. O no?

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