La lotta per il rispetto della diversità: la coraggiosa iniziativa di Francesco D’Angelis nel sud pontino

Anche il sud pontino sta reagendo alle forti discriminazioni che ci sono in Italia e, grazie al progetto La diversità è un elemento naturale di Francesco D’Angelis, c’è speranza per un futuro migliore.

La diversità è un elemento naturale

Francesco D’Angelis è un giovane di Formia, in provincia di Latina, che abbiamo già conosciuto su Queerblog per via del suo progetto La diversità è un elemento naturale, progetto che ha coinvolto i ragazzi delle scuole medie della zona e che si snoda attorno a quattro pilastri: la lotta l’omo-transfobia, il femminicidio, le barriere architettoniche e la xenofobia. Con il tempo il progetto di Francesco ha assunto lineamenti ben definiti fino a diventare una manifestazione che si è tenuta a fine aprile sempre a Formia.

Un progetto importante, che richiede una buona dose di coraggio per portarlo avanti, visto anche il contesto socioculturale in cui è ambientato. Abbiamo chiesto a Francesco cosa l’abbia spinto a impegnarsi così tanto. Questa la sua risposta.

«Sono stanco di tutte queste anime che ci portiamo sulla coscienza. Ebbene sì, noi tutti ce le portiamo sulla coscienza perché non facciamo mai nulla perché le cose cambino. Tanti, troppi ragazzi sono stati uccisi dalla società: la dicitura giusta è questa, non suicidio perché è la società ad averli soffocati piano piano, giorno dopo giorno, togliendo l’ossigeno alla fiammella della loro vita che, affievolendosi, si è del tutto spenta. Penso ad Andrea, perché ho conosciuto la mamma, ma potrei farvi mille altri nomi, alla fine il dolore che ho avvertito guardando Teresa negli occhi, è il dolore che ogni mamma ha subìto quando ha perduto un figlio. E penso a tutta la popolazione transgender che non riesce, molto spesso, a trovare un’occupazione perché quando si viene a sapere che hanno effettuato la transizione li si vede come dei mostri, dei mutanti. E, ancora, penso a tutti quei morti che il Mediterraneo ha inghiottito, fagocitato nelle sue placide acque che però, furono fatali a quanti, nella speranza di vivere una vita migliore, hanno deciso di attraversarle con mezzi di fortuna, affidandosi alla malavita e spendendo quei soldi messi da parte con sommo sacrificio. Il mio pensiero, inoltre, è andato a Yara, Melania, Denise, Chiara, Gabriella, e la lista sarebbe lunghissima: queste donne sono morte, immolate in virtù di un fantomatico amore. Vedete tutto questo è anche colpa nostra perché non educhiamo alla diversità ed al rispetto. Non ci è stato spiegato che un omosessuale non è un invertito, ma una persona che ama, ama come tutti e come nessuno, a cambiare è solo il sesso della persona che ama, ma non il contenuto del soggetto. Nessuno ci ha spiegato che, qualche volta, un’anima, un ego, è intrappolato nel corpo sbagliato (mi si passi il termine) e che, quindi, nel corpo di un uomo può trovarsi una donna e viceversa. E nessuno ci ha spiegato quanto dolore si prova a vedere un corpo in totale antitesi rispetto al proprio essere, al proprio ego. E ancora, non ci hanno spiegato che un bambino down non ha nulla in meno a noi, anzi, ha un cromosoma in più e la leggerezza di chi vive la vita col sorriso sulle labbra, qualsiasi cosa accade; non ci hanno detto che è quasi perfettamente autosufficiente, autonomi, capace di fare ciò che facciamo tutti, ma ce lo hanno sempre mostrato come un incapace, un inetto, cui mostrare pietà e null’altro. Non ci hanno detto mai la rabbia che prova una persona su una sedia a rotelle a non poter svolgere una normale quotidianità, semplicemente perché, quando si costruiscono gli edifici, anche quelli che accolgono gli uffici pubblici, non si è pensato che potesse accedervi qualcuno che avesse qualche difficoltà motoria. Non ci hanno fatto mai capire il dolore che si prova a dover lasciare la propria patria nella quale la fame, la guerra ti divorano. Il dolore nel perdere così un proprio caro, nel vederlo morire fra le propria braccia, nel dover approdare in un posto che non si conosce, dove non conosci nessuno, del quale non parli la lingua, nel quale vi è un’altra cultura. E nemmeno ci hanno detto quanto possa essere difficile essere una donna in una società maschilista in cui la donna non è affatto tutelati, anzi: spesso non viene presa a lavorare per paura della maternità, non è supportata durante la stessa, e, altrettanto spesso, è costretta ad esporre il proprio corpo per farsi strada».

La diversità è un elemento naturale

Parole forti, senza dubbio, ma anche molto precise che denotano la fermezza di Francesco le denunciare le ingiustizie e di impegnarsi in prima persona. La manifestazione tenutasi a fine aprile ne è la prova: una sessantina di persone sono scese per strada per sottolineare che la diversità è un elemento naturale. Sono poche sessanta persone? Non per un centro come Formia che non ha mai visto nulla di simile. È sempre Francesco che ci racconta il suo punto di vista:

«Si pensa che siano pochi ma in una realtà così piccola, chiusa, così disabituata a queste cose, sessanta persona è veramente un grandissimo risultato. Senza considerare quanti, dai marciapiedi, ci seguivano con lo sguardo, sbalorditi per il nostro coraggio, per la nostra forza. Avrebbero voluto prender parte alla manifestazione, anche loro sapevano che sarebbe stato giusto e importante esserci, ma il terrore di essere bollati era troppo più grande del desiderio di provare a cambiare le cose. Per noi non è stato così neanche un secondo: cosa può essere un marchio in confronto alla possibilità di cambiare le cose? Nulla. Ed è questo che ci ha spinti a fare il corteo. Molto bello è stato lo scambio di opinioni che ha anticipato ed è seguito al corteo: i ragazzi erano con noi perché ci credevano davvero, tutti gridavano all’egualitarismo sociale, al conferimento delle pari opportunità indipendentemente da ogni cosa. Indimenticabili i ragazzi di “Aquilone” il centro di accoglienza di disabili: anche lì, dove nessuno penserebbe, è sbocciato l’amore e loro, quel giorno, senza vergogna, senza paura lo hanno gridato. E la sua l’ha detta, per nostra fortuna, anche “Famiglie Arcobaleno” che ha partecipato con Francescopaolo Di Mille il quale, portando la sua bambina, ha detto a Formia che le famiglie omogenitoriali esistono e sono come tutte, tranne per il fatto che lo Stato non le tutela e non le considera».

La diversità è un elemento naturale

Ma Francesco, cosa ti aspetti di ottenere da questa tua lotta, che non è più solo tua ma si è allargata ad altre persone?
Noi ci aspettiamo che si raggiunga la pienezza dei diritti per tutti. Noi chiediamo al Governo italiano di istituire la civil partnership, quantomento, per parificare i diritti delle coppie omosessuali a quelle delle coppie eterosessuali. Vorremmo che fosse concessa l’adozione, ma anche la possibilità di ricorrere alla surrogacy (volgarmente definita “utero in affitto”) e quindi di garantire la genitorialità anche agli omosessuali. Inoltre, però, considerando già i circa centomila figli di coppie omogenitoriali presenti in Italia, noi vorremmo si provvedesse anche a loro che, in caso di decesso dell’unico genitore presente sul loro certificato di nascita, rischierebbero di finire in un orfanotrofio o in case famiglia in quanto l’altro genitore non è riconosciuto dallo stato. Questo è uno scandalo vero e proprio: sappiamo bene quanto non sia la genetica a fare la genitorialità. In tal caso non esisterebbero pessimi genitori o quantomeno genitori che buttano i propri figli. Emblematico il caso di quella donna che partorì in casa e lanciò il proprio neonato dal suo balcone, a quello della vicina di casa lasciandolo al gelo una notte intera. Noi chiediamo maggiore tutela per i transgender costantemente bisfrattati perché considerati dei mostri, intrappolati in una burocrazia futile e discriminatoria: quante donne finiscono in ospedale nel reparto “uomini” soltanto perché il loro nome sul documento è ancora al maschile? Questa però, è una vera e propria tortura figlia di un vincolo subdolo ad un documento che non considera la realtà delle cose e le sue mille sfaccettature. Chiediamo che ci siano strutture migliori ad accogliere gli immigrati e che non siano ammassati in questi centri di accoglienza come neanche i cani nei canili, in attesa che una manna dal cielo risolva i loro problemi. Meno burocrazia e più cuore: è questa la ricetta. Del resto, non tutte queste persone che arrivano vogliono rimanere qua, ma perché obbligarle? E perché, una volta qui, dobbiamo scansarli e tenerli fuori dalla società? Anche la politica specula su questo aspetto dell’immigrazione per racimolare qualche voto: emblematico è il caso di quel politico che grida all’ebola senza sapere che queste persone subiscono molti controlli medici che, a differenza di quanto si crede, non sono a spese nostre, ma dell’Europa. Dunque, fondamentalmente, chiediamo più rispetto. Lo stesso che meritano i disabili i quali, a causa delle loro difficoltà, vengono buttati fuori, per negligenza, dal quotidiano. Soltanto negli ultimi periodi si sente parlare di parco giochi attrezzati con giostre pensate per i bambini su sedie a rotelle o, comunque, con difficoltà di deambulazione. Le strutture stanno nascendo, ma sono ancora poche. Per non parlare, poi, delle barriere architettoniche per l’abbattimento delle quali ci si prodiga moltissimo, ma solo a parole: di fatto, per un disabile, diviene complicato persino prelevare al bancomat. Sembrano sciocchezze, ma che inclusione si pratica se una fetta della società non gode di determinati diritti, e non può svolgere autonomamente le attività che fanno parte del quotidiano? Dunque noi chiediamo maggiore attenzione a questo aspetto e a quello delle strutture di accoglimento dei disabili: troppo spesso politicizzante, insufficienti, con personale poco professionale e scarsamente qualificato. Il tutto, appare chiaro, mette in seria difficoltà le famiglie ridotte, consequenzialmente, allo stremo delle proprie forze ed alla disperazione più totale. Per quanto riguarda le donne, noi vorremmo fossero maggiormente tutelate, anche giuridicamente parlando: l’articolo 29 della costituzione italiana sancisce, cito testualmente, “L’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi…”. Eppure sappiamo bene che, una donna quotidianamente vessata, che subisce violenza psicologica, non può ottenere importanti risultati contro il marito, sino a che quest’ultimo, di fatto, non le alza le mani addosso. Anche in quest’ultimo caso la legge appare, comunque, molto indulgente, e per cui, almeno a mio parere, le misure forti arrivano solo quando è troppo tardi. Basterebbe prevedere pene più severe in caso di maltrattamenti familiari, e sarebbe tutto più semplice se a scuola si insegnasse l’educazione sentimentale, i bambini apprenderebbero l’importanza del rispetto della donna. Ma anche le bambine imparerebbero a rispettarsi, evitando di terminare nel vizioso circolo delle “donne-immagine” che prestano il proprio corpo a fini di marketing. Le donne, inoltre, andrebbero supportate nel mondo del lavoro nel quale, purtroppo molto spesso, partono svantaggiate: in Italia, infatti, non esistono asili nido siti presso le strutture in cui le donne lavorano. Queste, dunque, sono costrette a tenere i propri infanti a casa con una baby sitter, oppure a farli tenere da strutture private, creando, in tal modo, dispendiose uscite economiche. Ma la donna non subisce solo questo: forte è il tasso di disoccupazione delle donne, dovuto al fatto che l’eventuale maternità creerebbe uno “svantaggio economico” per il datore di lavoro il quale preferisce non assegnarglielo. In sintesi, per intenderci, ci aspettiamo che venga messo innanzi a tutto il rispetto per la persona.

E il seme gettato da Francesco inizia a produrre frutti: il regista Raffaele Furno ha deciso di mettere su lo spettacolo Accadde a Laramie, che racconta quanto accaduto nel 1998 a Laramie, nel Wyoming a Matthew Shepard, appena ventenne, fu trovato ad una palizzata, legato, e massacrato di botte. Il suo “reato”? Essere omosessuale.

La diversità è un elemento naturale

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