A proposito della sentenza della Corte sul divorzio per chi cambia sesso: intervista ad Antonio Rotelli

Cosa dice veramente la sentenza della Corte in merito al “divorzio obbligatorio” per quanti cambiano sesso? Ne parliamo con l'avvocato Antonio Rotelli.

La notizia della sentenza della Corte Costituzionale in merito al divorzio imposto a chi cambia sesso è stata subito battuta dalle agenzie di stampa e poi ripresa dai mezzi di comunicazione. Si è parlato di sentenza storica, poi di qualcosa di importante, poi ancora rileggendola con attenzione non si capiva se esultare o meno.

Per cercare di capirci qualcosa in più abbiamo contattato Antonio Rotelli, co-presidente di Avvocatura per i diritti LGBT – Rete Lenford, che gentilmente ha risposto ad alcune nostre domande. Ecco cosa ci ha detto l’avvocato Rotelli.

In pratica, cosa afferma la sentenza?
Semplificando, la Corte doveva rispondere al seguente quesito: se è legittima la disposizione che consente lo scioglimento automatico del matrimonio di due coniugi, uno dei quali abbia ottenuto la rettificazione anagrafica del sesso. Alla domanda la Corte risponde dicendo che tale disposizione è illegittima, ma non perché disponga lo scioglimento del matrimonio, ma perché sacrifica del tutto i diritti e i doveri della stabile relazione che la coppia ha instaurato e che intende conservare. La Corte opera un bilanciamento tra l’interesse dello Stato a mantenere il modello eterosessuale del matrimonio e quello della coppia a vedersi garantito il diritto di realizzare la propria personalità nella relazione e a vedere salvaguardato tutto il vissuto pregresso. In questo modo la Corte fonda la sua decisione non sull’articolo 29 della Costituzione, che disciplina il matrimonio, perché ritiene che dopo la riassegnazione anagrafica del sesso la coppia non sia più eterosessuale, ma sull’articolo 2 della Costituzione, che disciplina i diritti fondamentali, in quanto la coppia, pur non potendo essere «semplicisticamente equiparabile ad una unione di soggetti dello stesso sesso» viene a trovarsi in una condizione che è simile a quella delle coppie dello stesso sesso, i cui diritti lo Stato deve regolare con una disciplina generale, come già aveva chiesto con la sentenza n. 138/2010. Di conseguenza, invita il legislatore a intervenire «con la massima sollecitudine» per eliminare «il deficit» di tutela dei diritti in cui si trova la coppia che risultava sposata prima della rettificazione anagrafica del sesso.

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Da un lato la sentenza dice che non si può imporre il divorzio ed esorta il legislatore a intervenire in merito al diritto delle persone di vivere in una coppia regolamentata; dall'altro però non invita il legislatore ad approvare il matrimonio: ho capito bene?
Per comprendere appieno la sentenza bisognerà rileggerla ancora molte volte. Anche se con molta semplificazione, a me sembra che la Corte non dica che non si possa imporre il divorzio, ma che il matrimonio vada trasformato, se la coppia lo chiede, in qualcos’altro che è compito del legislatore definire, ma che – dice la Corte - deve essere diversa dal matrimonio. Perché la Corte dica «diversa dal matrimonio» non è comprensibile, dal momento che nel passaggio in cui richiama la sua precedente sentenza n. 138 del 2010 si limita a riportare pedissequamente che il legislatore non è obbligato a dettare una disciplina per regolare diritti e doveri dei componenti la coppia «attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio», che equivale a dire che se volesse il legislatore può anche aprire il matrimonio.
Ora la Corte chiede un’«altra forma di convivenza registrata» alternativa al matrimonio per le coppie sposate nelle quali uno dei coniugi ha rettificato anagraficamente il sesso. Ma perché – viene da pensare – la Corte lascerebbe al legislatore la possibilità di aprire anche il matrimonio nel caso di coppie dello stesso sesso e non nel caso di coppie che definisce non «semplicisticamente equiparabil[i0] ad una unione di soggetti dello stesso sesso»? Una contraddizione o un’eccentricità apparentemente insolubile. Una sentenza che lascia dubbi interpretativi mentre avrebbe dovuto fare chiarezza.
A margine segnalo – non sapendo che peso la cosa abbia potuto avere - che la decisione della Corte è stata adottata da 12 giudici, anziché 15, perché 3 erano assenti (Silvestri, Mazzella e Lattanzi). Mi pare che abbia avuto un peso maggiore il voto di quei giudici – tutti presenti - notoriamente contrari a parlare di matrimonio e famiglia con riferimento alle coppie formate da persone dello stesso sesso.

Le agenzie di stampa hanno parlato di sentenza storica: è vero?
Ci andrei cauto. Si è ingenerato un po’ di confusione, nella quale anch’io sono caduto, perché la prima ANSA battuta non era chiara e conteneva imprecisioni. L’aspetto “storico” è che il matrimonio non si può semplicemente sciogliere senza assicurare altre tutele alla coppia. Qualche piano più sotto allo “storico” c’è l’invito al Parlamento di fare una legge con sollecitudine, mentre nel 2010 aveva lasciato al Parlamento la possibilità di decidere anche quando intervenire. Molti piani più sotto dello “storico”, c’è il ripetere in maniera stanca che nel nostro ordinamento il matrimonio è essenzialmente eterosessuale perché così è nel codice civile e, per traslato, anche nella Costituzione. Infiniti piani più sotto c’è una Corte confusa, che è lo specchio di un Paese che arranca. Si fa fatica a credere che questa sia la stessa Corte che pochi giorni prima aveva firmato la sentenza sulla procreazione medicalmente assistita, in casi di infertilità assoluta, contro la medievale legge 40. I giudici evitano accuratamente di richiamare i diritti fondamentali, il divieto di discriminazione, il diritto alla vita familiare e il dovere di uguaglianza con riferimento alle coppie dello stesso sesso o a quelle in cui uno dei coniugi ha rettificato il sesso anagrafico, lasciando fuori consapevolmente la giurisprudenza nazionale e sovranazionale che hanno disegnato ormai uno statuto giuridico completo delle famiglie formate da persone dello stesso sesso. Se ci tolgono la Costituzione o a noi – persone omosessuali, trans e intersessuate – ne applicano solo un pezzettino, cosa ci resta?

Questa sentenza potrebbe quindi far sì che si approvino le unioni civili a discapito del matrimonio ugualitario…
Già prima di questa sentenza qualcuno sosteneva che solo aprendo alle unioni registrate si poteva sperare di arrivare un giorno – attraverso l’intervento della Corte europea dei diritti umani – al matrimonio. Ora questa retorica, che significa accettare di subire la discriminazione in vista di tempi migliori, si farà più forte e forse troverà un percorso per giungere ad un approdo legislativo. Però io, come individuo, non accetto di far considerare me e i miei figli cittadini di serie B, barattando l’uguaglianza con qualche diritto purché ce li diano. Se si è d’accordo sui principi, ovvero che solo con il matrimonio raggiungiamo piena uguaglianza, non si può che essere d’accordo su una strategia che respinga la riduzione alle unioni civili, registrate o come altro le vogliano chiamare. E, soprattutto, non è vero che aprendo a tali istituti ci si avvicina, temporalmente, al matrimonio. Si rischia, anzi, il contrario: quanto è accaduto in altri Paesi che sono prima passati attraverso istituti intermedi non accadrà in Italia (anche se mi piacerebbe tanto essere smentito dai fatti). Spero, tuttavia, che questa sentenza della Corte costituzionale dia a tutte le persone omosessuali, trans e intersessuate la sferzata – ma anche la rabbia – che servirà per rivoltarsi (in senso pacifico) contro la politica e il Parlamento perché sanciscano definitivamente la nostra uguaglianza e non la nostra diseguaglianza. Noi giuristi, da parte nostra, continueremo senza sosta a interrogare giudici, corti e legislatore perché tirino fuori dalla Costituzione e dalle carte sovranazionali - e facciano vivere - i principi e i diritti che esse contengono, come faceva Michelangelo che dal sasso informe faceva emergere, come diceva lui, la potente figura che vi era imprigionata e che lui vedeva, ma che gli altri ancora non erano in grado di vedere.

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