Letture gay per l’estate: La morte della bellezza di Giuseppe Patroni Griffi

La storia di un amore travolgente, ma con una fine amara, raccontata con maestria da Giuseppe Patroni Griffi.

Questo è il romanzo d'amore di due giovani, il cui segno distintivo è la bellezza, che si svolge in una città, il cui segno distintivo, era, fino a quaranta anni fa, la bellezza. In questa città, il cui primo bersaglio da colpire, per distruggerla è stata la bellezza, questi due giovani, per adesso grazie a dio inutili alla società, sono destinati ad amarsi. Perché? Per una ragione di estetica, perché fanno parte di una invenzione assoluta, inamovibile, secondo la legge della composizione artistica, che li vede, e li vuole, uniti, in un paesaggio con figure.

Chi altri se non l'autore, avrebbe potuto sì magistralmente, con puritana logicità, parlarci di Eugenio, bellissimo adolescente, e di Lilandt, un insegnante italo-tedesco, nella cornice di una Napoli insolitamente decadente, falcidiata dalla guerra, occupata dai tedeschi e presa di mira dalle bombe americane. E poi, questi due ragazzi che scoprono l'innamoramento, lo consumano in sesso come il vino all'osteria o il pargolo attaccato alla mammella materna: insaziabili, intensi, disperati che il tempo possa frenare quel lusso di goduria tra guerra e amore.

Giuseppe Patroni Griffi (1921-2005, in foto) è stato tra i più geniali narratori, ma anche regista teatrale e cinematografico, partorito da una Napoli culturale e fantastica di cui oggi qualcuno se ne lagna a buona ragione, per un probabile deserto di idee e raffinatezza culturale. Quando diede alla stampa La morte della bellezza, nel 1987, aveva già cimentato di affetto e interesse il suo vasto pubblico che lo aveva osannato e applaudito in pièce teatrali come Anima nera o Metti una sera a cena. Aveva scritto libri splendidi come: Ragazzo di Trastevere o Scende giù per Toledo. C'è in quei libri, e in questo di cui parliamo, l'irrinunciabilità di Patroni Griffi, alla narrazione di una omosessualità trasversale, potente persino nell'ironia, fatale a chi la pratica.

Giuseppe Patroni Griffi

La morte della bellezza lo si legge d'un fiato; i personaggi entrano nel nostro immaginario, sicuri di farci diventare loro complici, partecipi persino delle loro intimità.

L'amore tra due uomini non ha altra creatività che l'approfondimento del mondo dei sensi, la sua esplorazione, la sua esaltazione [...] Gli uomini che si amano, sono un laboratorio di specializzazione tecnologica, sono gli addetti alla creazione di una macchina pura, una macchina che viva per se stessa, una macchina di apparenza inutile per gl'incompetenti... Siamo la Formula Uno dell'amore.

Quando Lilandt pronuncia a Eugenio il senso di quella loro appartenenza, con quelle parole che non ammettono altri sforzi narrativi, i due sono la quintessenza del piacere, la via che conduce a Damasco; si sono fatti carne comune e fiamme di un erotismo innato. Giuseppe Patroni Griffi non lascia i suoi interpreti nel solitario foglio di carta, macchiato da mille e più lettere: ce li scaraventa addosso con tranquilla tenerezza, diventando noi stessi loro amici, complici, suggeritori di una narrazione già avvenuta. Che spasso!

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È una grande storia d'amore, quella tra Eugenio e Lilandt, conosciutisi in un lurido cinema dove tutti battono e nessuno si interessa alla pellicola. Ci è finito per caso, o per ragioni sessuali, l'adolescente, e un bombardamento lo consegna, supino, caldo di desiderio, all'amato.

Io ti amo, e siccome voglio che tu non ne dubiti, te lo ripeto, io ti amo, e torno a ripeterlo, ti amo, così potrai sempre rinfacciarmelo, se ti dicessi un giorno ch'erano parole sfuggite nell'emozione di donarti la mia verginità.

La passionalità non sta più neppure nelle parole, ma nel desiderio carnale e sentimentale. Quelle frasi pronunciate in solennità sono il segnale di due che si affrontano per cercare (e riuscirci) di diventare carne, vita e sangue, comuni. Giuseppe Patroni Griffi ci ha abituati a questo, come a una sinfonia struggente, come a chi, in questo mondo, è pronto a tutto pur di non rinunciare all'altra metà della sua luna. Peccato abbia fatto, grande come i grandi della nostra cultura, l'umano gesto di lasciarci orfani di altre epiche narrazioni; di una visione meno parziale del mondo, e di quella Napoli così onirica e dolce.

Unico neo è che questo bellissimo romanzo è difficile da trovare in libreria: è stato ristampato recentemente da Baldini Castoldi Dalai, ma è un’impresa riuscire a trovarlo.

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