Intervista a Sergio Di Bitetto, autore di Plugin, corto di animazione contro l'omofobia

Il video “Plugin” di Sergio Di Bitetto sta spopolando in rete per il suo forte messaggio contro l'omofobia. Lo abbiamo raggiunto e gli abbiamo posto alcune domande.

Nei giorni scorsi vi abbiamo parlato di Plugin, corto di animazione di Sergio Di Bitetto, che affronta il tema dell'omofobia in una maniera molto originale: tutti siamo “ingranaggi” della società ed è l'amore, senza distinzioni, che fa muovere ogni cosa.

Affascinati dal video, abbiamo raggiunto l'autore e gli abbiamo posto alcune domande. Ecco quello che ci ha detto.

Cominciamo dalla più classica delle domande: come nasce Plugin?
“Plugin” nasce da un’esigenza comunicativa, una voglia di dire ‘la propria’ al mondo, e lo confesso, anche da tanta rabbia. Ho avuto questo progetto nel cassetto per tre anni, forse quattro, ben prima di arrivare alla scuola. Volevo realizzare qualcosa di semplice e immediato, che la gente potesse far vedere anche ai bambini senza scatenare un “caso Giulio Cesare”, volevo mostrare chiaramente a tutti quegli accaniti e ottusi, che l’amore è uno e che di fronte ad esso siamo tutti uguali. Che l’odio contro chi di noi è ‘diverso’ è un odio contro se stessi, ma che dall’altra parte, può bastare uno per ispirare la gente, ma occorre l’aiuto di tutti per cambiare il mondo.
Quando nel 2012 accadde il famoso episodio del “ragazzo con i pantaloni rosa” (che non ho intenzione di strumentalizzare in alcun modo), mi adirai parecchio. Quella circostanza ci mostrò come purtroppo nel duemila e qualsiasi, il colore di un paio di pantaloni, piuttosto che un atteggiamento o che altro, sono ancora motivo di scherno, derisione e forte bullismo scolastico. Oggi si dice non si sia trattato di omofobia, ma il che rende l’episodio persino peggiore a mio avviso! Questo vuol dire che non è nemmeno più solo un discorso di gender, ma di scelte comportamentali.

Intervista a Sergio Di Bitetto, autore di Plugin, corto di animazione contro l'omofobiaTu dici: “La tematica sull'uguaglianza dei diritti e sulla lotta all'omofobia mi è sempre stata molto a cuore, ma l’ispirazione e la voglia di creare qualcosa che lanciasse un messaggio contro l'omofobia si è fatta sempre più urgente mentre mi informavo sulla situazione degli omosessuali in Russia, portata agli occhi del mondo intero in occasione dei Giochi Olimpici di Sochi 2014”. Eppure c'è stato più di qualcuno che ha sostenuto che parlare di omofobia durante le Olimpiadi invernali significava boicottare gli stessi Giochi Olimpici: secondo te come mai alcune persone non riescono a comprendere che i diritti umani sono un tutt'uno e non si vendono a saldi?
Ritengo di dover essere molto franco con la mia risposta, perché purtroppo c’è molto “girare attorno al problema” piuttosto che affrontarlo seriamente. Io credo che molta gente non afferri questo concetto di base sui diritti umani, semplicemente perché nelle loro vite hanno avuto abbastanza fortuna da non doversi confrontare con la mancanza di essi. Il che li rende, ci rende tutti, talvolta, meno empatici verso problemi che non ci toccano direttamente.
Io ho avuto un’infanzia fortunata perché non ho mai vissuto sotto un regime, né sono mai stato minacciato di morte o malmenato, per cui le forme di bullismo che ho vissuto io fin da bambino le ritengo qualcosa di piuttosto ‘leggero’ in confronto. Eppure le ricordo ancora, sono impresse nella mia memoria per sempre. Una volta in pieno periodo di pubertà infantile, ricordo che con un gruppo di ragazzini di un club sportivo che frequentavo ci appartammo dietro gli spalti per ‘confrontarci’ su tematiche sessuali ed esplorare la cosa come tanti ragazzini di quell’età fanno. Un adulto ci vide e dipinse la cosa come depravazione omosessuale, avvisando tutte le mamme di quello che stavamo combinando e scatenando un panico immotivato. Io avevo dodici o tredici anni e ricordo ancora il vociare della gente di questo gruppo di “gente bene” della mia città, che se non mi interrogava su quanto accaduto, avvisava i propri figli di non lasciare che i bambini piccoli mi si avvicinassero, per timore di quello che potessi fare. Avevo dodici anni e fui schernito quasi come pedofilo, la mia psiche da adolescente fu completamente distrutta. Molto spesso l’ignoranza è un male gravissimo.
Ecco perché dopo questo sono chiaramente sensibile alla tematica, attento che i giovani ragazzini, anche bambini, non vengano mai in alcun modo deviati da questa ingiustificata cattiveria. Ecco perché ho reagito in una certa maniera al caso del “Ragazzino coi pantaloni rosa”, perché gay o no, ognuno di noi almeno una volta ha avuto una scritta da qualche parte che diceva ‘frocio’ e che ci ha segnato l’infanzia.
Alla stessa maniera, se si ha avuto la fortuna di non nascere in un Paese con un regime razzista o con leggi proibitive, o persino una più opprimente presenza religiosa, magari si conosce qualcuno che lo è, o qualcuno che ha subito abusi, anche fisici, che è capitato nel quartiere sbagliato al momento sbagliato. O più semplicemente, anche senza aver avuto alcuna esperienza simile, si conserva una sensibilità nei confronti del genere umano, un innato livello di empatia, perché di questo si tratta.
Tutto questo, e mi scuso della digressione, mi è servito per dire, che non ci sia bisogno della Rainbow Week, del Pride, delle Olimpiadi di Sochi, di una nuova dichiarazione dall’Uganda, o di un altro ragazzino che ha gettato la spugna sulla prima pagina del giornale, per interessarsi di altri esseri umani nel mondo.
Purtroppo si ha la tendenza, con tutti i problemi che di questi tempi attanagliano tutti, a dire: “È un problema dei gay, se la vedessero loro, noi abbiamo la crisi, gli immigrati, la mancanza di lavoro e tanto altro prima di preoccuparci che loro possano sposarsi o che non vengano braccati come cani per quello che sono”. Quindi, laddove io rabbrividisco e vedo video di poveri ragazzi inseguiti, calpestati, rasati a zero, umiliati pubblicamente e persino costretti a fare di peggio, pensando che ‘quello’ o ‘quelli’ potrebbero essere i miei amici, alcuni dei miei compagni del liceo, dei miei fratelli o cugini, il mio ragazzo, io… altri ci vedono dei ‘gay’, qualcuno che forse sotto sotto ha pure attuato una “scelta” di essere com’è, quindi non ha nulla di cui lamentarsi.
Onestamente m’interesso poco degli interessi economico/sportivi dietro alle Olimpiadi, e lungi da me mancare di rispetto a coloro che abbiano lavorato tanto per questo evento, ma la Russia andava ammonita severamente dalla Comunità Europea per quanto stesse accadendo, non ignorata nei suoi deliri razziali, poi convenientemente accollati ad “associazioni e gruppi di delinquenti del tutto indipendenti e non incoraggiati dallo Stato”.
Questo è quello che penso di Sochi e che penserei in qualsiasi circostanza e luogo, che non ho cominciato pensare dalle Olimpiadi o smetterò di pensare dopo esse. Ma di nuovo, forse è perché io sono gay, quindi è un ‘mio’ interesse. Oppure perché ho vissuto la discriminazione e l’odio e non lo auguro a nessuno, fate voi.

Ho molto apprezzato nel video la collaborazione di tutti: per combattere l'omofobia dei “capi” tutta la città si mobilità e, poi, aiuta il protagonista a raggiungere la persona che ama. Quest'aspetto sociale non viene spesso messo in risalto e si tende a considerare l'omofobia e la transfobia solo un problema di un settore. Secondo te, come la società può agire per combattere la discriminazione?
Credo di aver dato molto sfogo nella domanda precedente, a quanto purtroppo mi trovi a constatare sia la reazione generale della gente nei confronti del problema. Un classico: “Il problema dell’omofobia e della transfobia riguarda gay, lesbiche, trans e omofobi”, buoni e cattivi se la vedessero tra di loro, ed io cittadino non di parte, non ho interesse e cuore di viverlo come un problema ‘urgente’ per tutti. Io, che sarò di parte, la considero una ferita profondissima del tessuto sociale. E dato che società per definizione è un agglomerato di persone che decidono di vivere assieme e cooperare, è solo tramite un aiuto collettivo che si potrà risolvere. Dopotutto funziona così anche nel corpo umano, dato che parlavo di ‘ferita’, il nostro organismo chiama a raccolta le unità necessarie a riparare il danno, cosa che dovremmo fare anche noi, una volta preso atto che l’omofobia esiste, che è un problema serio e che sta avvelenando la nostra intera Società.

Intervista a Sergio Di Bitetto, autore di Plugin, corto di animazione contro l'omofobia

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