I Pet Shop Boys lanciano una canzone sui diritti LGBT

A partire dalle splendide parole di Panti Bliss, drag queen irlandese, i Pet Shop Boys hanno realizzato una canzone sui diritti LGBT.

La drag queen irlandese Panti Bliss qualche tempo fa ha tenuto un toccante discorso sui diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali e contro l’omofobia nel corso di un evento svoltosi nell’Abbey Theatre di Dublino. Un discorso che ha avuto un successo mondiale ed è stato ripreso da moltissimi mezzi di comunicazione. Con Panti Bliss si sono complimentati, tra gli altri, anche Madonna, Stephen Fry e Graham Norton.

Ora sono i Pet Shop Boys che omaggiano Panti Bliss con la loro nuova canzone dal titolo The Best Possible Gay, lanciata via web. In pratica i Pet Shop Boys hanno messo un sottofondo musicale alle parole di Panti Bliss trasformandolo in una canzone che, ne siamo sicuri, avrà enorme successo.

I Pet Shop Boys lanciano una canzone sui diritti LGBT

Il discorso di Panti Bliss

A seguire, il discorso in italiano di Panti Bliss, così come l’ha tradotto nei commenti a Queerblog il nostro amico Ottavio78.

Salve, mi chiamo Panti. A beneficio di chi fosse terribilmente ingenuo o affetto da cecità, confermo che sono una drag queen. Sono un’artista e, occasionalmente, anche un’attivista per i diritti gay. E, come potete notare, sono anche irrimediabilmente piccolo-borghese. Mio padre era un veterinario di campagna. Ho studiato in una bella scuola, poi mi sono iscritta in quella che è forse la più piccolo-borghese delle istituzioni: il liceo artistico. Ma, anche se ciò potrà sorprendere alcuni di voi, ho sempre trovato un impiego ben remunerato nel settore artistico che prediligo: il funambolismo di genere. E quindi posso dire di non aver mai avuto esperienza di quella dolorosa povertà che abbiamo appena visto rappresentare stasera in questo teatro. Ciò che invece posso dire di aver sperimentato direttamente è l’oppressione. L’oppressione è qualcosa a cui non sono affatto estranea. Ma, non preoccupatevi, non ho intenzione di paragonare la mia situazione con quella dei lavoratori irlandesi del 1913. Dico solo che so molto bene cosa significa essere messi al proprio posto.

Vi è mai capitato di aspettare di attraversare a un semaforo pedonale, e vedere dei ragazzi sporgersi dai finestrini di un’auto di passaggio per urlarvi “frocio!” e tirarvi contro un cartone di latte? D'accordo, non è un gran danno: si tratta solo di un cartone di latte. E poi, in fondo, hanno anche ragione: sono un frocio a tutti gli effetti. Eppure, anche se non fa male fisicamente, ti ferisce comunque come una forma di oppressione. E fa male dopo, quando inizi a pensarci, quando ti chiedi cosa possano aver visto in te, quando finisci ossessionata dalla ricerca del particolare che può averti tradito. Ma, soprattutto, quando arrivi a odiare te stessa per esserti fatta tutte quelle inutili domande. E non puoi fare a meno di sentirti oppressa. E quando torni ad aspettare al semaforo, controlli ogni tuo gesto, sperando di evitare di ripetere la stessa di esperienza.

Lo strabiliante discorso di Panti Bliss sull’omofobia in Irlanda

Siete mai tornati a casa una sera per accendere la televisione e trovare uno di quei dibattiti fra persone così rispettabili, per bene, intelligenti… il genere di persone che possiamo immaginare come vicini di casa assolutamente perfetti, il genere di persone che magari scrive anche sui giornali? Li vediamo partecipare ai dibattiti televisivi e starsene lì seduti a parlare di noi, a spiegare chi siamo, a stabilire se possiamo essere dei buoni genitori oppure no, se i bambini possono essere sicuri in nostra compagnia, se rappresentiamo una minaccia per la sacra istituzione del matrimonio… Magari approdano alla ragionata conclusione che Dio stesso ci considera un abominio, oppure decidono che siamo inequivocabilmente dei casi patologici. E persino quella conduttrice così carina, quella che consideri quasi un’amica per averla sempre vista sul tuo piccolo schermo domestico, non sembra affatto preoccupata dal tenore del dibattito, che infatti prosegue tranquillamente nella sua definizione di chi siamo e dei diritti che meritiamo di avere oppure no. Mentre noi percepiamo tutto questo come qualcosa di oppressivo.

Siete mai stati su un treno affollato con uno dei vostri migliori amici gay, cercando di ignorare quella piccola parte di voi che prova ancora irritazione per il fatto che il vostro amico sia così ovviamente gay? E magari provate anche ad assumere un atteggiamento da macho, per cercare di compensare quello del vostro amico. Oppure vi sforzate di portare la conversazione su argomenti etero. Avete passato 35 anni a lavorare su voi stessi per accettare di essere gay e sentirvi a vostro agio, eppure non riuscite ancora a evitare di farvi mettere in imbarazzo dall’ovvietà del vostro amico. E odiate voi stessi per cose di questo genere. E vi sentite oppressi. Proprio come ci si sente quando, fermi a un semaforo pedonale, si deve fare attenzione a ogni minimo gesto che ci potrebbe tradire.

Siete mai entrati nel vostro caffè preferito, con il vostro quotidiano preferito, quello che comprate ogni mattina, per trovarvi un articolo magari scritto da una signora molto per bene, il tipo di donna che fa beneficenza, il tipo di donna a cui affidereste tranquillamente i vostri bambini, e che pure, in 500 parole, espone tutte le sue argomentazioni a sostegno della tesi secondo cui alcune persone devono avere meno diritti di altre? Mi capita di leggere questi articoli, e quando magari la ragazza del tavolo accanto si alza e mi sorride andando via, mi capita di chiedermi se anche lei condivida le stesse opinioni. E percepisco tutto questo come qualcosa di oppressivo. Poi esco dal caffè, mi fermo al semaforo pedonale, e controllo ogni mio gesto. E mi odio per averlo fatto.

Avete mai acceso il computer e visto filmati di persone come voi, in paesi lontani dal vostro, oppure anche in paesi molto vicini, e le avete viste picchiate, arrestate, torturate, e uccise per il semplice fatto di essere proprio come voi? E non vi ha fatto sentire oppressi? Tre settimane fa sono apparsa in televisione, e ho detto che, a mio modesto avviso di persona gay, manifestano omofobia tutti coloro che si impegnano politicamente perché le persone come noi continuino ad avere meno diritti o a venire discriminate. Ora, qualcuno di questi personaggi che si impegnano politicamente perché le persone gay continuino ad avere meno diritti ha protestato vivacemente per le mie affermazioni, minacciando azioni legali contro di me e contro l’emittente televisiva di cui ero ospite. L’emittente ha subito deciso di risolvere la situazione in maniera molto sbrigativa, pagando una cifra enorme a titolo conciliativo. Io invece non me la sono potuta cavare altrettanto facilmente.

Nelle ultime tre settimane ho dovuto sopportare che tutta una schiera di eterosessuali si piccassero di venirmi a spiegare che cos’è l’omofobia, stabilendo chi ha diritto di sentirsene vittima e chi invece no. C’è una vasta schiera di questi personaggi, che include ministri, senatori, giuristi, giornalisti… vorrebbero insegnarci che cos’è l’omofobia, e dirci cosa abbiamo il diritto di considerare oppressivo. Sono uomini e donne che non hanno mai sperimentato l’omofobia in vita loro, che non sanno minimamente cosa significhi dover controllare ogni proprio gesto quando si aspetta al semaforo. Ma pensano di potermi venire a dire che, a meno di non essere sbattuti in carcere o trascinati al patibolo, non si può parlare di omofobia. E io questo lo percepisco come qualcosa di oppressivo.

E adesso, non solo io ma tutte le persone gay irlandesi, ci veniamo a trovare in questa situazione assurda in cui non solo non ci viene permesso di parlare pubblicamente di ciò che percepiamo come oppressivo, ma non si tollera neppure che lo riteniamo tale, perché le nostre opinioni, il nostro stesso pensiero a questo riguardo non viene considerato ammissibile da chi evidentemente ritiene di essere superiore a noi in ogni aspetto. In queste ultime tre settimane sono stata sotto il fuoco incrociato dei media: dalle colonne dei giornali alla televisione, ai commenti in rete… tutti che mi accusavano di fomentare odio per il semplice fatto di aver osato parlare di omofobia. Sembrano determinati a farmi entrare in testa questo concetto quasi orwelliano, questa colossale assurdità secondo cui l’omofobia non vittimizzerebbe tanto gli omosessuali quanto gli omofobi. Ma è una falsità a cui la mia parrucca di drag queen resta impermeabile, perché so che le cose stanno in maniera del tutto opposta.

Non li odio, però sono convinta che gran parte di quei personaggi siano probabilmente omofobi. Ma in fondo lo sono io stessa, perché in una società così profondamente permeata di omofobia sarebbe miracoloso che qualcuno potesse crescere del tutto libero da questo tipo di condizionamento. E quindi non odio certi personaggi per il fatto che sono omofobi, anzi li ammiro, perché almeno sono riusciti ad essere solo parzialmente omofobi e, considerate le circostanze, mi sembra comunque un risultato apprezzabile. Ma devo confessare che qualche volta odio me stessa: odio me stessa per la fottuta abitudine di controllare i miei gesti quando aspetto di attraversare agli incroci pedonali. E qualche volta sono tentata di odiare tutti coloro che mi fanno sentire il bisogno di controllarmi. Comunque, non in questo momento, e non di fronte a questa platea. In questo momento provo solo riconoscenza per tutti voi che avete dedicato un po’ del vostro tempo ad ascoltarmi, e perciò vi ringrazio.

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