Andrea, un ragazzo gay, ha timore di fare coming out e deludere la madre

La lettera di Andrea è stata pubblicata sul sito di Vanity Fair

Una delle paure più grandi che si celano dietro ad un mancato coming out è sicuramente quella che riguarda le reazioni delle persone che ci circondano. Gli amici come la prenderanno? E i parenti? E, soprattutto, i genitori? Timori di poter deludere, di rovinare un rapporto o di far soffrire chi ci vuol bene. E' una di quelle irrazionali paure più frequenti. Ed è la stessa che caratterizza anche la storia di Andrea, un ragazzo che ha scritto una lettera a Vanity Fair.

Lui ha 34 anni, è gay, fidanzato felicemente con Stefano ma segretamente omosessuale per la madre ("È davvero difficile nascondere la propria identità a chi si ama e vivere di fatto una doppia vita"), ignara della sua vita sentimentale. E ogni volta, il coraggio viene a mancare:

Il passaggio dal 2013 al 2014, tra coming out e unioni civili

Ogni domenica, quando sono solo in macchina con le mie canzoni preferite e guido verso la casa dei miei genitori, m’immagino che quello sia il giorno buono per dirlo. Seduti a tavola, dopo le lasagne, mi vedo introdurre il discorso e spiegare ai miei che sono gay, e che sto bene. Ma puntualmente, davanti al cancello, mi blocco e quelle parole rimangono chiuse nella mia monovolume. Torno l’Andrea di dieci anni fa, il figlio unico perfetto, quello impegnato con il lavoro e con tante ragazze intorno. E ogni domenica ripartono le stesse domande: “Allora, quando te la trovi una fidanzata?”, “Vogliamo i nipotini!”

Il padre e la madre come reagirebbero alla notizia? Quali luoghi comuni rischierebbero di dover affrontare? E quanto potrebbero soffrire? Sono queste le domande che Andrea si pone e che, ogni volta, lo fermano dal rivelarsi:

"Nonostante sia una donna intelligente, questa notizia la destabilizzerebbe perché la nostra società vive ancora l’omosessualità come una condizione “immorale”, e lei ne soffrirebbe. Per non parlare della reazione che potrebbe avere mio padre. Lui sarebbe angosciato dall’idea che io venga emarginato, che mi prenda delle malattie. Insomma, tutti gli stereotipi che riguardano il mondo gay me li cucirebbe addosso. Lo capisco, hanno quasi 70 anni e non è facile. Poi mi dico che magari dopo un po’ riuscirebbero ad accettare questa “nuova versione” di me e torno a immaginarci tutti insieme, sereni. Ma rimane il fatto che non riesco ancora a fare questo passo, e mi fa male (...) So benissimo che non è una mia “responsabilità” se sono gay, non si tratta di una scelta. E’ semplicemente un modo di essere e io sono felice così. Se i miei genitori mi vedessero insieme al mio fidanzato, si renderebbero conto di quanto sia tutto “normale” e abbandonerebbero quei cliché che hanno sul mondo omosessuale."

Una sofferenza e una mancanza di chiarezza che gli impedisce tante cose. E che non permette ai genitori di vivere totalmente la sua sfera privata come lui vorrebbe:

"Il mio più grande rimorso è che sono già passati dieci anni. Dieci anni nei quali loro hanno visto solo una parte di me, ma se ne sono persi un’altra altrettanto importante. Mi fa soffrire, ad esempio, che loro non abbiano la più pallida idea di chi sia Stefano, la persona più importante della mia vita. So che alla fine lo amerebbero come un figlio. Mi dispiace non sentirmi libero di invitarli a cena da noi, a teatro. Sarebbe tutto così naturale. M’immagino mamma mettere via quattro fette d’arrosto per me e per lui, la domenica sera. Me la vedo, a Natale, fare shopping per tutti e due. Mi manca poterli chiamare e sfogarmi dopo una litigata, ascoltare i consigli speciali che solo i genitori possono dare"

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