Rodotà: uguaglianza e dignità per le persone omosessuali


Di alcune figure pubbliche, soprattutto italiane, giustifichiamo e perdoniamo forme di omofobia, a volte larvate altre esplicite, in nome dell'età avanzata e dell'appartenenza a generazioni antiche e lontane dalle conquiste più recenti del pensiero. Eppure non mancano persone anche anziane - vecchi saggi e vecchie sagge - che smentiscono questo assunto e dimostrano come la cultura del diritto prevalga anche sui pregiudizi del passato.

L'ultima prova di questa capacità aperta anche agli anziani viene da Stefano Rodotà, professore di diritto civile e intellettuale da molto tempo attivo in politica e nella riflessione pubblica. A 78 anni passati Rodotà - che comunque si era già espresso in questo senso - si è schierarato una volta di più dalla parte dei diritti per le persone omosessuali e non ha rinunciato a riaprire dalle colonne di Repubblica una discussione sul matrimonio e le unioni civili per le coppie dello stesso sesso.

Il suo commento, uscito ieri su Repubblica, non può essere sintetizzato e merita di essere letto integralmente, ma alcuni passaggi meritano di essere messi in rilievo perché esprimono limpidamente e con grande pacatezza alcune verità sul dibattito che circonda la questione del matrimonio gay.

Scrive:

È anche, o soprattutto, una questione di dignità. Dopo la rivoluzione dell' eguaglianza, infatti, i tempi più recenti hanno conosciuto la rivoluzione della dignità... Eguaglianza e dignità, dunque non possono essere separate, e quest'ultima si presenta immediatamente come dignità "sociale", dunque come principio che regola i rapporti tra le persone, il nostro essere nel mondo, il modo in cui lo sguardo altrui si posa su ciascuno di noi. «Per vivere - ci ha ricordato Primo Levi - occorre un' identità, ossia una dignità». La persona, dunque, non può essere mai separata dalla sua dignità. La rottura di questo nesso ci precipita nell' indegnità, nella costruzione di "non persone", o almeno verso forme insidiose di segregazione. Si devono, dunque, rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali.

E gli ostacoli frapposti dalla religione o dalla Costituzione? Alcune voci interne alla chiesa cattolica e altre confessioni cristiane, come i valdesi, dimostrano che il No ai diritti delle persone gay non è un dogma religioso; quanto alla Costituzione, la Consulta

ha comunque riconosciuto la rilevanza costituzionale delle unioni omosessuali, poiché siamo di fonte ad una delle "formazioni sociali" di cui parla l' articolo 2 della Costituzione, sì che alle persone dello stesso sesso unite da una convivenza stabile «spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone - nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge - il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri.

Se non subito il matrimonio gay - che tra le righe Rodotà sostiene - almeno è urgente ricominciare a discutere sulle unioni civili, che sono un "matrimonio di serie B", ma almeno possono essere un modo per cominciare a riscattare il diritto. In vista di una piena uguaglianza.

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