Le Unioni Civili al Senato, dopo i DiCo

Dopo la caduta del governo Prodi vi avevamo lasciato qui. Poi sono venute le "simpatiche" conferme di Andreotti (si veda da qui fino a qui). Oggi si torna a parlare di DiCo.

La Commissione Giustizia del Senato doveva tornare a occuparsi del ddl ma ha ribadito che il testo Bindi-Pollastrini non verrà adottato come testo base. Inoltre le divergenze tra e dentro i poli sconsigliano la fretta. Cesare Salvi, presidente della Commissione, ha anche dichiarato che il ddl sui DiCo è solo uno dei testi che si vanno ad aggiungere agli altri (9) di iniziativa parlamentare e quello sui DiCo non è nemmeno fra i più innovativi. Si continua quindi a rimandare.

A questo proposito è uscito domenica scorsa un interessante articolo su Liberazione, firmato da Ezio Menzione e Susanna Lollini, su quali soluzioni possibili per la questione unioni civili in Italia. Vi invitiamo a leggerlo.

LE UNIONI CIVILI AL SENATO
LE PROPOSTE DI LEGGE. E’ POSSIBILE UN ACCORDO?
DI EZIO MENZIONE E SUSANNA LOLLINI
Pubblicato su Liberazione, Domenica 04 Marzo 2007

Visto che il governo ha archiviato la questione del riconoscimento delle famiglie non fondate sul matrimonio e non intende sostenere più nemmeno quel pasticcio, insignificante ma significativo, dei DICO, vediamo quali proposte in materia giacciono nei due rami del Parlamento in questa legislatura, in cosa si somigliano e in cosa differiscono e, infine, se sia possibile un’onorevole sintesi, anche con alcuni dei progetti elaborati dall’attuale opposizione.

Abbiamo esaminato 15 proposte di legge, quante ne giacciono di fronte a Parlamento (7) e Senato (8). Per la verità, manca all’appello il progetto CAPEZZONE (RNP Parl.), perché il suo firmatario lo ha ritirato. Abbiamo preso in considerazione anche la bozza della Ministra POLLASTRINI e, per quello che ormai vale, il Ddl governativo sui DICO. La prospettiva in cui è lecito muoversi è quella di una ripresa della discussione parlamentare sul tema, magari muovendo dalla Commissione Giustizia del Senato, che gli ha dedicato già tre sedute e il cui Presidente, SALVI (DS), ha dichiarato che, DICO o non DICO, governo o non governo, egli intende tirare diritto, come l’autonomia del legislativo suggerisce e impone.

I VARI TIPI DI PROPOSTE
Una prima possibile distinzione è fra le proposte che contemplano un unico nuovo istituto per le nuove famiglie e chi ne contempla più di uno, sia per la coppia che per più di due persone. I primi, in genere, si modellano sull’estensione dei diritti connessi al matrimonio anche alle nuove unioni; i secondi invece utilizzano forme giuridiche diverse e diversamente modellate. Tipici del primo tipo sono le tre proposte di unioni civili, (GRILLINI, DS Parl; DE SIMONE, PRC Parl.; RIPAMONTI, Ul Sen.; SILVESTRI, Verdi Sen.) che pure hanno alcune significative differenze fra di loro. GRILLINI riserva le unioni civili alle coppie dello stesso sesso; DE SIMONE le estende anche alle coppie eterosessuali. GRILLINI non prevede il diritto all’adozione; DE SIMONE sì.

GRILLINI e DE SIMONE, oltre alla proposta sul riconoscimento delle unioni civili, hanno avanzato anche un altro progetto di legge. Un po’ paradossalmente, i due sembrano essere andati in direzioni sostanzialmente opposte. Mentre GRILLINI, assieme ad un numero ragguardevole di Parlamentari, (e ripreso poi da BALDUCCI, Verdi Parl) ha proposto un unico ulteriore istituto, i Patti Civili di Solidarietà (PACS), molto leggero, privatistico ma con rilevanza pubblicistica; DE SIMONE invece, con il suo ulteriore progetto, anch’esso firmato da altri parlamentari e presentato tale e quale al Senato da RUSSO SPENA (PRC) e molti altri, ha inteso proporre una gamma di tre istituti che si affiancano al matrimonio: le unioni registrate, riservate agli omosessuali, le unioni civili e il riconoscimento delle convivenze di fatto (con alcune significative norme ulteriori in materia di divorzio, cognome, addebito di responsabilità nella separazione, adozione e affido anche per i single e divieto di discriminazione): in pratica si ha l’ambizione di riscrivere il diritto di famiglia, modellandolo sulla pluralità di modi di stare insieme e di diverse etiche presenti nella nostra società.

Crediamo che però si debba essere realistici. Auspichiamo che la discussione riprenda a tutto campo in sede parlamentare, ma fatalmente essa si concentrerà su un unico istituto da affiancare (speriamo a pieno titolo, e non surrettiziamente) a quello matrimoniale. Concentriamoci allora su le ipotesi di un unico riconoscimento (e diamo atto alla Ministra POLLASTRINI che nella sua bozza, travolta poi dal rovinoso fuoco ruiniano e dagli azzoppamenti congiunti di BINDI e RUTELLI ed infine di ANDREOTTI, si prevedevano due forme diverse di unione, una più istituzionale, l’altra più light). Vediamo allora i progetti "monoistituzionali" e mettiamoli a confronto, nella sostanza, e non nella definizione: li si chiami unioni civili, PACS, accordi o contratti, qui interessa quel che c’è dentro.

EVITIAMO ALMENO L’IPOCRISIA
Se dobbiamo affrontare la discussione da capo, sembra giusto raccomandare almeno di lasciar perdere l’ipocrisia. In tutti i progetti avanzati è chiaro che si tratta di proposte di legge volte a disciplinare in vario modo la vita in comune di due persone, le forme di unione, insomma, che la vita quotidiana ormai mette sotto gli occhi di tutti e che chiedono riconoscimento giuridico. Allora, basta con gli infingimenti (l’anagrafe, la dichiarazione congiunta ma non contestuale, la raccomandata al partner ecc.), se si tratta di riconoscere le nuove unioni, si prenda atto che esse stanno al di fuori del matrimonio, ma che di unioni si tratta, senza sotterfugi ignobili, che – i DICO insegnano – non servono a niente.

Tutti i progetti giacenti fanno riferimento alla necessità di certificare la propria unione davanti ad un’ufficiale dello stato civile e di farlo congiuntamente e contestualmente. Anche chi, come MANZIONE (MARGH. Sen.), propone di unirsi in un patto di solidarietà di fronte al Giudice di Pace (ipotesi francamente bizzarra) riconosce che poi l’atto debba andare a depositarsi in apposito registro dello Stato Civile in Comune.

Solo BIONDI (Sen. FI), che propone dei contratti di unione solidale, prevede che vengano stipulati dinnanzi ad un notaio e vengano conservati nell’archivio notarile: oltranzismo liberistico, non condiviso neppure dai suoi colleghi di partito alla Camera, come vedremo.

Tutti, ma proprio tutti, MANZIONE e BIONDI compresi, hanno chiaro che quando si parla dei modi di stare insieme si sta parlando di questioni di stato delle persone. Dunque la collocazione naturale e sostanzialmente condivisa della loro collocazione è di fronte all’Ufficiale dello Stato Civile del Comune, come le questioni di nascita, di matrimonio o di morte.

Altro punto condiviso da tutti i progetti, nessuno escluso: si sta incidendo sulle norme del codice civile. Per alcuni – pochi – siamo in materia contrattuale, per altri – molti – siamo in materia di famiglia e le nuove norme dovranno collocarsi nel nostro codice subito dopo quelle sul matrimonio. Anche i più liberisti (BIONDI e RIVOLTA, ambedue FI) riconoscono effetti pubblicistici all’istituto che essi propongono e quindi in sostanza, pur non dicendolo, collocano concettualmente le nuove unioni a fianco del matrimonio.

IL BALLETTO DELL’ "ANZIANITÀ PREGRESSA"
Tutti i progetti, anche quelli più privatistici, riconoscono, chi più chi meno, rilevanza pubblica alla nuova unione. Per dare certezza ai rapporti privatistici fuori e dentro la coppia e rilievo pubblicistico non solo, come si è detto, occorrerà che l’unione sia iscritta e depositata in un ufficio pubblico, ma che la data d’inizio sia certa. Per molti dei progetti, al fine del riconoscimento dei diritti pubblici, bisogna che la coppia sussista da un certo periodo di tempo. Si può non essere d’accordo (e infatti DE SIMONE e molti altri non prevedono limiti), ma si può anche convenire. In fin dei conti, la reversibilità della pensione costa soldi alla collettività ed un’unione in articulo mortis può prestarsi a sprechi e frodi (è così anche per il matrimonio, del resto).

In genere la necessità di una pregressa e durevole convivenza e/o unione è prevista per i diritti di successione, di subentro nella locazione, quelli connessi a lavoro, fisco e reversibilità della pensione. Il buffo è che si oscilla tra un minimo di 1 anno (BALDUCCI per lavoro, fisco e previdenza), a 2 (per FRANCO, DS Sen.), ad un’oscillazione fra 2 (fisco) e 7 (successione e reversibilità) per MANZIONE, ai 5 anni per il subentro nella locazione (per BIONDI e RIVOLTA) fino ai 10 anni per la reversibilità per BIONDI. Questa sorta di vero e proprio pallottoliere dimostra tre cose: primo, che per il riconoscimento di certi diritti può avere senso un periodo di stabilità (di fatto o giuridica) del vincolo; secondo, che queste soglie sono spesso previste unicamente per rendere ardua la praticabilità del diritto; terzo infine, che i 9 anni per la successione nei DICO bindiani era un illogico attestarsi sui valori più alti.

Un’altro punto non secondario, per il valore pratico ed emblematico che esso ha, è la questione di chi può prendere decisioni per il partner non più capace di decidere per sé stesso per malattia o per morte. Su questo tema tutti convergono: è il partner dell’unione che decide, prevalendo anche sui parenti. Se ne discosta in parte MANZIONE, che prevede vengano sentiti anche gli ascendenti e i discendenti del malato o del morto prima di ogni decisione; se ne discosta in tutto BIONDI (FI) che non prende in considerazione la questione e dunque la lascia allo stato attuale.

Altra non secondaria questione: è necessaria la convivenza oppure no? Già ora i coniugi, come sappiamo, possono anche scegliere di avere residenze diverse e quindi non convivere. Perchè dovere ritenere la convivenza come presupposto essenziale del riconoscimento dell’unione? In effetti, la maggior parte dei progetti non sembra essersi curato di questo aspetto. Forse si da per scontata la convivenza e certamente lo è per quelle proposte (RUSSO SPENA, MALABARBA, DE SIMONE e altri) che rendono possibile il riconoscimento della convivenza di fatto dopo 2 anni di sussistenza: ma non a caso detto istituto si affianca ad altri più forti. Soluzione adeguata sembrano essere quei progetti (RIPAMONTI, Sen. DS; BALDUCCI, Verdi Parl.) che opportunamente parlano di "comunione di vita materiale e spirituale", che certo non implica necessariamente la convivenza.

Infine, vi sono le questioni dell’unione con extracomunitari (se essi acquistino diritto al soggiorno) e della validità nel nostro stato di analoghi riconoscimenti di unione praticati all’estero (PACS, registered partnership ecc. ecc.). Su questi due punti si caratterizzano le proposte BIONDI e RIVOLTA, per il muro che esse elevano a difesa dei barbari (anche quelli occidentali e comunitari).

UN POSSIBILE INCONTRO
È possibile una sintesi fra tutte queste proposte?
Bisogna intendersi e bisogna, per così dire, tagliare le ali.

Tagliare (purtroppo, e con un sospiro di rammarico) quelle proposte che prefigurano una molteplicità di modalità di unione, tutte con pari dignità ma con diritti diversi. Tagliare dall’altra parte gli oltranzismi, sia privatistici (BIONDI) che quelli di ossequio al Vaticano (MANZIONE e DICO).

Osserviamo che BIONDI è stato "corretto" dalla proposta alla Camera dei suoi colleghi di FI (RIVOLTA e PECORELLA, quest’ultimo già Presidente della Commissione Giustizia e profondo conoscitore della variegata galassia famiglia). Quanto a MANZIONE, egli depositò la sua proposta il 19 dicembre scorso, appena sentì le prime campane d’oltretevere che chiamavano a raccolta e pensò bene di "storcere il bastone" con una proposta inaccettabile.

In realtà, tra tutte le proposte, compresa quella di FI alla Camera, un minimo comune denominatore c’è. Proviamo a fissarlo in punti:

- nessuna discriminazione fra coppie etero ed omo;
- iscrizione allo stato civile;
- espressione di volontà delle due parti nell’iscriversi e di una parte nello sciogliersi;
- obblighi di sostentamento fra i partner, prolungantesi per un certo periodo dopo lo scioglimento;
- diritti del partner a decidere per chi per malattia è incapace di decidere per sé o di disporre per il proprio corpo dopo la morte;
- diritto di assistenza in ospedale e di visita in carcere;
- diritti che richiedono una certa durata dell’unione per essere riconosciuti:
- subentro nella locazione,
- diritti connessi al lavoro,
- diritto alla successione legittima,
- diritto alla reversibilità della pensione.

Non è poco, com’è evidente. Ce ne è abbastanza per fare una legge almeno dignitosa e adeguata ai tempi e alle aspettative, scordandosi la retrograda proposta governativa. Se poi si affronta la discussione e la battaglia parlamentare a testa alta, da bravi cittadini dello Stato Italiano (e non sudditi del Vaticano) si potrà fare ancor di più ed ancor meglio.

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