Intervista. Queerblog incontra il giornalista di moda Angelo Flaccavento


Ieri, lunedì 2 maggio, al MoMA, Museum of Modern Art, si è inaugurata la mostra Savage Beauty, la retrospettiva dedicata allo stilista suicida Alexander McQueen. Negli ultimi anni la moda è scomparsa dai siti glbtq. Questa dissolvenza è figlia di un preconcetto. Ancora oggi in molti sono convinti che una rivoluzione è tale solo se nasce in contesti radical chic.

L’emancipazione di Lea T, la modella trans figlia di Toninho Cerezo, non esiste per quella parte di intellettuali che si sono occupati dell’ingresso in Parlamento di Vladimir Luxuria. Entrambe sono trans eppure la seconda sembra sempre più transgender della prima.

Con Angelo Flaccavento ho provato a capire perché la moda è diventata un argomento "eterosessuale". Flaccavento è un giornalista di moda atipico. Abita a Ragusa. La sua carriera è iniziata all’estero. La ricerca non è ahimè l’unica disciplina che l’Italia ha regalato all’estero.

Alexander McQueen al MoMaAlexander McQueen al MoMaAlexander McQueen al MoMaAlexander McQueen al MoMa

Moda e gay sono stati uniti per molto tempo. Perché i siti glbtq italiani non si occupano più di moda?
Mi sembra che ad un certo punto il mondo gay abbia un po’ rifiutato quella componente di vanità associata alla moda che è diventata parte dei metrosexual. Quanto elaborato dall’estetica sia però filtrato in modo pesantissimo nel mondo eterosessuale senza che gli eterosessuali ne abbiano consapevolezza.

Esiste una moda gay?
Non esiste una moda ma un modo gay di portare certe cose. Un capo rappresentativo è la canottiera. Il punto di partenza è del manovale o dello sportivo ma viene trasformato in qualcosa di più, qualcosa di più sensuale che perde quel connotato macho.
Una moda gay vera e propria non esiste. Adesso c’è un altro fenomeno di ritorno. La camicia a quadri, gli scarponi Timberland, il vestire da operaio. Una cosa che mi interessa del mondo gay è che si tende a trasformare in feticcio qualsiasi cosa soprattutto nel campo dell’abbigliamento. Molti dei codici entrati nel mondo gay arrivano dal mondo della fatica, nemmeno da quello etero. Oggi, paradossalmente, indossare una giacca con il papillon e gli occhiali da secchione è considerato più gay che nerd.

Esiste una commistione di genere?
Non mi piacciono le categorizzazioni. Non mi piace l’idea che una scarpa identifichi l’orientamento sessuale di una persona. Oggi i codici sono mischiati nel bene e nel male. Oggi non c’è una reale gerarchia di cose. Tutto va con tutto. Tutto è possibile.

Negli ultimi mesi il mondo della moda si è intersecato spesso con quello trans. Dopo Lea T a Italia’s Next Top Model è arrivata un’aspirante modella trans. Secondo te perché si è sviluppato questo fenomeno?
La moda è uno dei primi incubatori di cose nuove. È il primo posto dove i temi di nuove estetiche, di nuovi comportamenti, vengono masticati anche se non sempre digeriti. Uno dei temi della moda di oggi è esplorare un sesso diverso da quello codificato. L’androgina è uno dei temi di oggi. Rick Owens che sembra iper macho lavora sulla commistione tra maschile e femminile. Non capisci se questi uomini sono dei preti, dei combattenti o delle donne. Portano la gonna senza prendersi gioco del travestitismo. Secondo me questo fenomeno durerà perché dobbiamo fare i conti con le barriere di genere a cui siamo stati educati e i nostri genitori prima.

Esiste un modello trans FtoM?
No. Quello è tabù ancora più grosso.

La storia di Lea T è anche politica?
L’aspetto politico è più collaterale. Naturalmente quando un personaggio del genere arriva alla ribalta non si può ignorare l’aspetto politico perché c’è, non ultimo perchè il fenmeno ha avuto l'avallo senza precedenti di uno stilista e di una maison della massima importanza. Secondo me l’estetico è sempre politico ma il mondo della moda ne ha una paura matta.

Chi era Alexander McQueen?
Lui arriva dalla working class più bassa. Raccontava spesso che il fatto che gli piacessero i ragazzi e non le ragazze gli provocavano botte in famiglia da parte del padre. Si è formato a Savile Row, nella strada dei sarti dove si preparavano gli abiti su misura della classe dirigente. Ha avuto come mentore Isabella Blow, suicida prima di lui. Una donna invece che viene dalla classe alta e che aveva un immaginario decadente. Un personaggio così eccentrico ha creato una detonazione davvero unica. Nella sua estetica quello che mi ha sempre affascinato è una ruvidità da SubUrbia violenta unita a un livello di sofisticazione senza pari. Savage Beauty, il titolo che hanno scelto per la sua mostra al MoMA mi sembra perfetto perché c’è una ricerca assoluta di bellezza con un tratto selvaggio che non si può non vedere.

Tom Ford è nuovo?
Tom Ford non è un intellettuale. È molto intelligente e molto scaltro ma non è un vero creativo. Lui riesce a mettere insieme tutti gli elementi di una ricetta. Tom Ford si è formato esteticamente allo Studio 54, in quel mondo sfrenato e sexy pre Aids. Secondo me quell’imprinting gli è rimasto. La sua intelligenza è stata nel capire che gli uomini e le donne volevano l’eleganza e ha cucinato tutto molto bene. E’ uno che sa bene dove guardare nel passato. Certamente ha fatto modificato l’immaginario omosessuale. Dietro la forma dei suoi vestiti c’è una cultura gay che già conosciamo.

Annie Leibovitz, storica fotografa di Rolling Stone e Vanity Fair, è l’unica lesbica che lavora per la moda?
Il mondo della moda è gay ma molto gay al maschile in realtà. C’è stato un momento, tra il 2000 e il 2001, che ha permesso a ragazze molto molto mascoline come Eleonora Bosé. Se c’è è meno chiara ed evidente di quella maschile. Freja è una delle poche modelle lesbiche che non nasconde la sua omosessualità. Ha sfilato per Chanel, Valentino ed è in uno spot di H&M.

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