La scuola dei finocchi e delle lesbicone

In diverse scuole italiane, nelle ultime settimane, è stato proibito o si è polemizzato sugli interventi di volontari glbt per informare e sensibilizzare gli studenti sui temi dell'omosessualità, della discriminazione basata sull'orientamento e della comprensione di sé. Alcuni dirigenti scolastici sono arrivati al punto di sostenere la necessità di un "contraddittorio" con un sacerdote o un medico. Come se l'omosessualità fosse una devianza o una malattia.

Eppure, mai come ora c'è bisogno di parlare di gay e lesbiche nelle scuole italiane, di offrire una realtù alternativa alla vergogna e all'isolamente che ancora subiscono centinaia di ragazze e di ragazzi omosessuali. Altrimenti non si parlerà di omosessualità, ma si continuerà a parlare di finocchi.

Lo dimostrano i primi risultati della ricerca Schoolmate, condotta nelle scuole di Bologna e Modena in parallelo ad altre città europee.

Oltre metà (il 53%) dei ragazzi e delle ragazze delle scuole prese in considerazione sente pronunciare spesso o continuamente termini offensivi in particolare nei confronti dei maschi omosessuali, bollati in genere come finocchi. Altri li hanno sentiti a volte o raramente; solo il 3% risponde MAI.

Al contrario gli insegnanti non percepiscono - o lo fanno in misura minima - questo disagio, vuoi per scarsa preparazione e sensibilità sul tema, vuoi perché gli insulti sono concentrati nei momenti fuori dall'aula.

Proprio per questo motivo è un imperativo morale parlare agli studenti di omosessualità, insegnare la civiltà del rispetto e dell'accoglienza di tutte le diversità, tutelare e proteggere chi è più debole perché insicuro e isolato. Lo dobbiamo a tutte quelle ragazze e ragazzi, pochi o tanti, che ogni giorno si nascondono e si vergognano sempre di più. E ad ogni insulto rivolto ai finocchi si sentono un po' morire.

  • shares
  • Mail