"Siamo solo amici", Queerblog incontra Luca Bianchini


“Siamo solo amici è una frase fintamente amichevole perché è una frase piena di cattiveria. L’idea mi è nata da un tormentone di RaiUno che è Pretty Woman. Una volta al mese danno Pretty Woman e fa sempre un botto di ascolti, che ognuno se ne guarda dieci minuti. Secondo me lei non aveva capito niente. Non doveva sposare Richard Gere, doveva sposare il portiere che le insegna a usare le posate. Lui non l’avrebbe mai tradita.

Ma quest’uomo qua perché non può diventare il protagonista di una storia? Quindi l’ho tirato fuori da lì. Lui che è un mago li dentro secondo me fuori, per strada, a Los Angeles, non sapeva mica vivere la vita veramente. In un hotel a Venezia, dove lui lavora impeccabile, gli arriva un portiere di calcio brasiliano, molto bello. Indago sulla loro amicizia perché l’amicizia è misteriosa quanto l’amore. Sono tutti e due davanti ad una porta. L’uno aspetta che arrivi qualcuno l’altro che non arrivi nessuno”.

Con queste parole Luca Bianchini ha presentato “Siamo solo amici”, il suo ultimo libro, a Pinocchio, il programma di Radio Deejay condotto dalla Pina e Diego Passoni. Queerblog ha incontrato lo scrittore. Con lui abbiamo parlato dell’immaginario che da “Instant Love”, il suo primo libro, racconta.

In “Ti seguo ogni notte” Morgana, insegnante trans di piano, dice a Roger Milone, protagonista del libro: “Polvere siamo e polvere torneremo. Nel frattempo, superstar”. In “Siamo solo amici” il lettore ritrova alcuni dei personaggi queer dei tuoi precedenti romanzi?
C’è un amore proibito tra due maschi. È un amore del passato, una storia che riemerge lentamente. Soprattutto c’è una comparsata, dato che tutto è ambientato in albergo, di Rocco e Daniele che sono i protagonisti di “Instant Love”. In tutti questi anni ho ricevuto un sacco di mail dei lettori che mi chiedevano di loro. Quindi ad un certo punto passano in albergo. È una cosa intima tra me e i lettori che conoscono i personaggi perché io non li introduco. E ti dico che sono loro. Che fine hanno fatto, cosa è successo dopo sette anni.

A te cosa è successo dopo sette anni?
Sono più felice. Mi rendo conto di essere una persona che ha trovato un certo equilibrio anche se dal punto di vista lavorativo sono sempre precario perché ho dei lavori molto belli ma non ho certezze. Poter vivere di scrittura e di esperienze ti arricchisce. Certo non hai sabato e domenica liberi. Forse questa è la cosa che mi manca di più della vita di sette anni fa. Mi sono successe delle cose belle. Ho lavorato tanto. Spero di trasferire questa energia anche alle altre persone. Mi piace incoraggiare gli altri. Tutti ce la possiamo fare.

Queerblog si occupa spesso delle famiglie arcobaleno. Ci racconti la tua di famiglia arcobaleno?
Io ho un gruppo di amici che non centra nulla l’uno con l’altro. Ma niente dal punto di vista lavorativo o estetico. Non parliamo mai dei miei libri. La mia famiglia arcobaleno ideale è fatta di gente che ha senso dell’ironia e il piacere della condivisione che ha voglia di sedersi a tavola e mangiare. A volte la domenica ci telefoniamo, ognuno porta qualcosa e mangiamo insieme. Si può fare.

La tua famiglia arcobaleno assomiglia a quelle di Ferzan Ozpetek?
Sì, soprattutto con persone di età diverse perché a me quello piace. Mischiare le età è una cosa che faccio sempre ma che sta diventando più importante.

Qual’è il tuo film preferito di Ferzan Ozpetek?
“Le fate ignoranti” è il più bello. Per ora. Mi piace perché all’epoca era nuovo per l’Italia. È un film che ha cambiato le persone. È un film delicato e poetico. Poi sono affezionato a Stefano Accorsi che avevo conosciuto in “Santa Maradona”. Ci sono tante emozioni legate a quel film. E poi quelle trans, che belle quelle trans. Ogni volta che vado a Roma cerco sempre quei posti lì. E poi aveva un gran titolo. Un titolo così bello.

Alla fine di “Siamo solo amici” ringrazi una parte di questa famiglia. In questa pagina accenni a quando hai incontrato Madonna ad una festa organizzata per lei da Dolce e Gabbana. Com’è andata?
È stato molto comico. Mi ha chiamato la segretaria di Dolce dicendomi che volevano invitarmi alla festa in onore di Madonna. Per dieci minuti sono stato convinto che fosse uno scherzo. Lei è arrivata alle 2. Io alle 23. L’invito era per mezzanotte quindi sono arrivato un’ora prima dell’invito per essere l’ospite numero tre. Ad un certo punto è scesa in pista e si è creata un piccolo cerchio. Io ero in prima fila. E lei faceva questo giro attorno alle persone e mi ha toccato, io avevo il petto in fuori per farmi scegliere. E lei mi ha toccato. Quello è stato il momento in cui ho toccato la Madonna. È capitato tre volte. Una volta l’ho toccata la spalla io, sai come quando vai al museo e di nascosto vuoi toccare il piede della mummia? Io ho fatto quella roba lì. Le persone erano selezionate. Quello è il regalo più bello che abbia ricevuto per ora. Sono stato anche paparazzo. Per cui quando lei entra io sono dietro. Un po’ sfocato col bicchiere. A casa mia ho messo questo scatto nella cornice come la foto della cresima.

Sei autore di PopUp, uno dei blog del sito di Vanity Fair. Cos’è il pop?
È uno stato mentale che è l’antisnob quindi è una gioia contagiosa. Diciamo che è il mondo gay è decisamente pop.

Chi è la persona più pop che hai incontrato per Vanity Fair?
Quella più pop nel senso classico è stata Katy Perry. Mi ha fatto molto ridere perché mi ha aperto la sua borsa davanti a me. Aveva tutte le cose da donna, le caramelle, lo smalto, quelle robe lì e poi aveva il registratore sul quale incide tutte le idee musicali quando gli vengono in mente. In senso non classico è Iggy Pop. Si chiama Pop ed è rock. Pop è un nome d’arte. Mi hanno lasciato con lui 11 minuti ma in 11 minuti mi ha spiegato il senso della vita per lui. È stato molto emozionante. Lui dice che la vita è arte e l’arte non è un business.

Qual’è l’icona gay più pop?
È la Carrà.

Perché lei e non Madonna?
Perché non ha il senso dell’ironia. Forse nemmeno la Carrà anche se sembra più ironica. La Carrà canta, balla, ride e si concia in quel modo lì, parla l’inglese. Ha tutto. È lei.

È la tua icona gay preferita?
No.

Chi è?
È la Ciccone. Lei coi mezzi che aveva ha fatto miracoli. Riesce a farsi amare pur essendo una stronza. È questo che è incredibile.

Qual è il tuo libro queer preferito?
Forse “Maurice”. È un libro di formazione. Lui è molto delicato. È un bel modo per rappresentare il mondo queer. Un altro libro che mi ha turbato è “Le notti selvagge” di Cyril Collard, che è morto di Aids. Un libro traumatico, forte, che faceva paura.

Quando è stata l’ultima volta che ti hanno detto “Siamo solo amici”?
Questa frase me l’hanno sempre fatta capire. Se me l’han detta l’ho rimossa. Il senso è arrivato e l’ho capito. È un po’ che non me lo dicono.

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