Omofobia, combattere le parole per un vero cambiamento

Quanta omofobia si nasconde davvero dietro a parole come "fro**o"? La nuova legge cambierà davvero qualcosa?

omofobia Si sente spesso dire che è omofobo chi chiama “fr**io” altre persone, a tal punto che noi stessi siamo costretti ad asteriscare il termine, per evitare parole che a Google proprio non piacciono (e se non piacciono al motore di ricerca, un motivo ci sarà pure…). Qualcun altro obietta a tali prese di posizione che non è la parola a rendere omofobi: capita spesso - aggiungiamo noi - anche tra amici gay di chiamarsi così.

Un interessante articolo pubblicato su Corriere.it cerca di spiegare proprio che dietro alle parole c’è la testimonianza di una società che cresce e cambia, non sempre in meglio: ecco perché è necessario che lo Stato – e chi rappresenta le istituzioni scolastica, famigliare ed ecclesiastica – intervenga con una legge contro l’omofobia e, in generale, a discapito dell’abuso di certi termini:

“Le parole – si legge su Corriere.it – possono ferire, istigare alla violenza, spingere al suicidio, perché ognuna di esse può nascondere il giudizio sociale, la disapprovazione, il senso di colpa. […] La Russia di Putin, con un rigurgito moralista, ha introdotto la censura verso la ‘propaganda omosessuale’ con la pretesa [più scusa che pretesa ndr] di tutelare i minori: un’omofobia di Stato che, com’era prevedibile, ha scatenato vivaci proteste in occasione dei Mondiali di atletica a Mosca. Per contro, l’Italia si appresta a condannare la propaganda omofoba e a punire con la reclusione fino a un anno e sei mesi chi ‘incita a commettere o commette atti di discriminazione motivati dall’identità sessuale della vittima e con una pena fino a quattro anni in caso di incitamento alla violenza o commissione di atti violenti’. Il campo d’intervento, nei due casi opposti, attiene sempre al linguaggio. Ma una legge può cambiare il modo di pensare e, di conseguenza, il comportamento sociale? È sufficiente togliere la parola 'razza' dalla Costituzione francese, come propone il presidente Hollande, per cancellare il razzismo?”.

Comunità da sensibilizzare


L’intervento – che potete leggere interamente qui – prosegue con molti esempi e arriva alla chiara conclusione che dietro alle parole si nasconda tutta una società e che non sempre cambiare “negro” con “nero” e poi con “uomo di colore” è frutto di un processo spontaneo: molto spesso è necessario.

“Può succedere – si legge su Corriere.it – che i diretti interessati e i gruppi sociali che si sentono emarginati rifiutino l’uso dei termini eufemistici, dietro i quali si maschera l’ipocrisia sociale, e preferiscano definirsi autonomamente, anche ricorrendo a termini più volgari, come ‘queer’ (checca) piuttosto che gay, ‘nigga’ invece di nero. […] La sostituzione di un termine politically incorrect avviene per lo più naturalmente, a seguito della maturazione della sensibilità comune o dell’affermarsi di una corrente d’opinione per il riconoscimento dei diritti delle minoranze, come è avvenuto negli Stati Uniti. Ma certe volte è necessario ricorrere allo strumento legislativo per sensibilizzare la comunità e rendere esplicito un aspetto critico che non si limita alla parola, ma dove la parola si fa strumento di violenza”.

“Possiamo liberarci – conclude Carlo Bordoni – di ‘invertito’, ‘pervertito’ o ‘fr**io’, senza preoccuparci troppo se, al riguardo, le Sacre Scritture parlano di ‘grave depravazione’. Il mondo cambia di continuo e con esso le relazioni sociali. È la dimostrazione della vitalità dell’unica razza a cui apparteniamo (come diceva Einstein): quella umana”.


Qualcuno legga questo discorso in Parlamento e faccia notare ai signori politici (non a tutti) quanto il continuo slittamento della legge contro l'omofobia rappresenti la più chiara testimonianza della loro ormai indiscutibile ignoranza. E non solo della loro: se una legge è necessaria, la colpa non è mica di ministri e parlamentari.

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