Il Pd si divide ancora una volta sulle unioni gay


I tempi passano, il governo Prodi II ha lasciato spazio al Berlusconi IV, il Pd è passato dalla maggioranza all'opposizione e da Veltroni l'americano a Bersani l'emiliano; ma le coppie di fatto, soprattutto quelle gay, sono sempre indigeste per il centrosinistra, specie quando - come adesso - spera di allearsi con i centristi.

All'ultima Assemblea del Pd sono stati approvati all'unanimità 5 documenti su 6, ad eccezione proprio di quello su Famiglia e welfare, su cui si è astenuta la componente che fa capo a Ignazio Marino.

Di fronte all'esclusione delle coppie di fatto e delle coppie gay, gli uomini vicini a Marino - con in più la firma di Massimo D'Alema - avevano presentato un ordine del giorno per chiedere il riconoscimento dei diritti civili e la realizzazione dei diritti di cittadinanza, come chiede l'Unione Europea.

Ne sono seguiti i prevedibili "mal di pancia" dei centristi ex-popolari (Fioroni e compagnia), più la componente Mo-Dem; per evitare l'ennesima rottura pubblica, Bersani è riuscito a strappare un compromesso: niente ordini del giorno laceranti, in cambio di una commissione (soluzione tipica italiana) guidata dalla Bindi per affrontare le questioni dei diritti civili, dalle unioni gay al testamento biologico.

Prima o poi però i nodi verranno al pettine e i mariniani già mettono le mani avanti:

«guardare i fatti e nei prossimi giorni incalzerò Bindi e Bersani perché il comitato si riunisca non per scrivere un documento di 180 pagine ma quei sì e quei no che devono essere centrali per il nostro partito: sì alle unioni civili, no alla legge Sacconi – Roccella sul testamento biologico, sì alla fecondazione assistita per le coppie, tutti aspetti centrali per la vita delle persone».

Peccato che il Pd abbia problemi proprio in questo: dire sì o no in modo chiaro. Figuriamoci, poi, se davvero dovessero allearsi con Casini!

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