Matrimonio gay. Queerblog intervista Antonio Rotelli di Rete Lenford


Il 2011 è iniziato con un No, l’ennesimo, della Corte Costituzionale sul matrimonio gay. Qui la notizia. Ad Antonio Rotelli, presidente di Rete Lenford (l’associazione di avvocati per i diritti glbtq), abbiamo chiesto di spiegarci cosa è successo, cosa dovrebbero fare gli omosessuali per ottenere il riconoscimento dei propri diritti e perché è importante che il dibattito del matrimonio gay non sia monopolio della politica.

Il 5 gennaio la Corte Costituzionale si è pronunciata sul matrimonio gay. Cosa sostiene questa sentenza?
La decisione n. 4 del 2011 della Corte costituzionale è un'ordinanza, che fa seguito alla n. 276 del 2010 e alla sentenza n. 138 dello stesso anno. Con queste pronunce la Corte ha deciso i quattro casi sollevati in uno stesso periodo di tempo, a distanza di pochi mesi, rispettivamente dal Tribunale di Ferrara, dalla Corte d'Appello di Firenze, dal Tribunale di Venezia e dalla Corte d'Appello di Trento.  

La Corte li avrebbe decisi con una sola sentenza se le fossero stati tutti materialmente inoltrati prima della fissazione dell'udienza per i primi due casi (Venezia e Trento), cui si riferisce la sentenza 138 del 2010.

I tre provvedimenti della Corte hanno lo stesso contenuto, come se fossero un unico pronunciamento e non a caso, infatti, solo il primo ha la forma di una sentenza, mentre le altre due sono ordinanze, nelle quali non si dice nulla di nuovo. 

In precedenza la Corte Costituzionale si era già occupata dei matrimoni gay. Nel frattempo è cambiato qualcosa o quanto stabilito continua a valere?
Non è cambiato niente. La sentenza della Corte costituzionale, e questa ordinanza che la ribadisce, è storica per diversi motivi, anche se per il momento non ci ha dato ragione. Ne elenco solo alcuni: spazza via definitivamente l'idea che le relazioni tra persone dello stesso sesso siano un fatto privato, di nessun interesse pubblico e sociale; il diritto ad una regolamentazione giuridica organica delle relazioni omosessuali è riconosciuto come diritto fondamentale; afferma che le coppie formate da persone dello stesso sesso - che non possono sposarsi - sono sul piano giuridico in una condizione differente da quelle di fatto eterosessuali.

Queste, infatti, decidono di non sposarsi, pur potendolo fare. Secondo la Corte, per capire di quali tutele debbano godere le coppie omosessuali si deve considerare la condizione giuridica delle coppie coniugate.

Alle coppie omosessuali potranno essere estese tutte quelle tutele di cui godono le coppie sposate, ma che non si possono ritenere intrinseche al matrimonio. Questo apre un percorso tutto nuovo, lungo il quale conquistare importanti diritti. Da qui non si torna indietro: la Corte ha posto dei confini non più valicabili dalla politica.

El Pais ha intervistato Stefano Rodotà. Il giurista ha parlato anche del matrimonio gay. Qui la notizia. Condivide le parole di Rodotà?
Certo che condivido le parole del professor Rodotà. Quello che oggi il legislatore non dovrebbe fare è riproporre formulazioni obbrobriose come erano i Dico o i Cus.  


La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, di cui Rodotà è stato uno degli estensori, è stata scritta tenendo presente che in alcuni Paesi dell'Unione il matrimonio è già stato esteso a coppie dello stesso sesso.

Credo sia di una qualche utilità sottolineare che in nessuno di questi Paesi (Spagna, Portogallo, Danimarca, Islanda, Olanda, Belgio) abbiano cambiato la Costituzione per farlo, ma ci sono arrivati per la via legislativa ordinaria, in alcuni casi con la successiva conferma delle Corti costituzionali.  

L'apertura del matrimonio alle coppie omosessuali non dovrebbe essere disciplinata dalla politica?
Nel nostro ordinamento è il legislatore che fa le leggi ed è bene che intervenga a correggere l'istituto civilistico del matrimonio per consentire l'accesso alle coppie dello stesso sesso.

Allo stesso tempo va tenuto presente che l'ordinamento giudiziario, al pari del Parlamento, è un organo costituzionale posto a presidio e a tutela del rispetto della Costituzione e della corretta applicazione delle leggi. I giudici hanno il dovere di dare risposte ai cittadini che si rivolgono loro e non possono denegarle con la motivazione che non esiste una legge. 

Cosa accade ora? Cosa devono fare i gay italiani per far riconoscere nel proprio paese le loro unioni? 

Le lesbiche e i gay devono e possono fare tanto. Per primo devono rafforzare la consapevolezza dei propri diritti, che passa anche attraverso la visibilità, e pretenderli. Lo facciano da soli, rivolgendosi ad un legale, militando in associazioni o nei partiti politici: l'importante è che non si fermino.

Ma la cosa più importante di tutte è che creino momenti di confronto sul tema con associazioni che non si occupano specificamente dei nostri diritti, andando a parlare direttamente con le persone eterosessuali, nelle strade, nelle piazze, nei luoghi di lavoro. La cultura che scaccia l'ignoranza è la vera risorsa della politica.

Come Avvocatura per i diritti LGBT - Rete Lenford, non chiuderemo gli occhi, continueremo l'affermazione civile giudiziale in tutte le forme consentite. Proveremo a tornare davanti alla Corte costituzionale se e quando ce ne sarà lì opportunità, andremo in Cassazione ed anche davanti alle Corti internazionali per la tutela dei diritti umani.

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