Forse non avrebbe salvato l'adolescente di Roma, ma quella legge deve esserci

La legge contro l'omotranfsobia avrebbe evitato il suicidio dell'adolescente romano? Impossibile stabilirlo, ma quella legge deve esserci. Come il pacchetto di normative che regolamenti le unioni fra persone dello stesso sesso.

Forse non avrebbe salvato l'adolescente di Roma, ma quella legge deve esserci

Approvare o meno la legge contro l'omofobia avrebbe salvato il quattordicenne di Roma?, impossibile stabilirlo - molto probabilmente no, come scrive Alberto Puliafito, direttore responsabile della nostra testata, su Polisblog, rivolgendosi alla Boldrini e alle associazioni – ma quella legge deve esserci.

Il gesto estremo di un ragazzino deve farci fermare e riflettere, non essere impugnato inopitatamente, trasormarsi in occasione di confronto per dicutere di qualità delle vita, di pari opportunità, in questo caso: opportunità di essere parimenti felici.

Quella legge deve passare, come il pacchetto di normative che regolamenti le unioni fra persone dello stesso sesso, quel diritto serve, che venga usato o meno, che sia troppo "tradizionalista" come lamentano alcuni, non importa, si può decidere se avvalersene o meno. E la legge contro l'omofobia è l'anello della stessa catena, perché nessun omosessuale, o chi per lui, percepisca la comunità LGBTI come marginale, lontana dal sentire umano, persino indegna di rispetto e amore.

Essere gay non significa essere fuori norma, per questo il matrimonio ugualitario va normato: lo ha scritto limpidamente Francesco Buffoni nel volume Se stiamo insieme ci sarà un perché, curato da Claudio Finelli ed edito da Caracò:

Se passa una legge che ci riconosce come coppia, anche la famiglia di Matteo piano piano imparerà a capire che noi siamo due persone normali che si vogliono bene. D’altro canto, è noto, l’omosessualità diventa normale quando è normata.

In questo Paese e in questo mondo, ci vuole un attimo per essere fuori norma, io per esempio: non ho fatto figli, non mi sono spostata. Ho tre lunghe convivenze alle spalle mai regolamentate da un matrimonio. Lo Stato non ha mai legiferato sulle mie scelte (essendo etero nessuno ha mai detto: tu non hai diritto a sposarti), ma non le ha nemmeno avallate o tutelate (se mi ammalo, mi separo, o faccio figli, sono sostanzialmente fatti miei, non ho alcun diritto).

Non cambierà il modo di pensare, perché succede, caso mai, al contrario, come scrive Puliafito, la legge sancisce e regolamenta cambi di costume, di cultura, era accaduto con la legge sul divorzio, prima col delitto d'onore, la morale - nel senso kantiano - comune, aveva fermamente condannato e ripudiato un comportamento, e si era fatta azione legale. Così nel caso della legge contro l'omofobia sapere che lo Stato mi tutela, c'è - e semmai è chi mi sta maltrattando, insultando, sfottendo, ad essere sbagliato e potrebbe essere perseguito - può farmi sentire meno solo.

Persino la Chiesa, che ha calato la mannaia dell'omofobia più e più volte, registra il cambiamento. Qualche settimana fa Papa Bergoglio ha pronunciato una frase che può far sentire meno soli milioni di credenti omosessuali. Intanto che condannava la lobby, ha comunque detto:

Mentre se uno è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarlo?

Che sia un'abile mossa diplomatica un tentativo di ricondurre a sé, nell'ottica di non perdere cattolici e conquistare credibilità dopo gli scandali Ior e connessi, non importa, le encicliche del papa approdano tutte a una pastorale, egli è il pastore. Di fatto ha comunicato: "Se non mi permetto di dire qualcosa io, voi potete forse farlo con leggerezza?", egli ha protetto le sue pecorelle, com'è giusto che sia. Ma lo Stato? Se è vero che urge una legislazione in merito, è sempre perché è la società a chiederla, a gran voce, quella fetta di società che di fatto è meno ascoltata e non può sposarsi, né adottare figli, viene discriminata e additata. Una fetta di popolazione che conta poco nell'arena politica, ormai terreno di consorterie e interessi economici, legati al potere e al territorio.

Chi sono io? Dice il Papa, e chiedendolo si svela, negando la sua autorità ottiene l'effetto contrario, la amplifica, si fa perfino interprete del cambio di cultura (e si apre, cautamente, anche ai divorziati). Lo Stato non può tirarsi indietro, non può dire Chi sono io? Perché lo Stato dovremmo essere noi. Madri single, immigrati, bambini, adulti, gay, etero, disoccupati, cassintegrati e precari, senza differenze, senza fuori norma, come invece accade, dove una ministra di colore viene dileggiata e accolta da un lancio di banane, osteggiata, non rispettata, da altri appartenenti al suo stesso Governo.

Difficilmente lo Stato può fare davvero qualcosa senza cultura, sì, è vero, ma la cultura, l'anima di un Paese, non esiste se non è rappresentata degnamente, in ogni suo reale sfaccettatura, dallo Stato.

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