Ricordando Francesco Cossiga, favorevole alle adozioni e a certi diritti per gli omosessuali


Quando Giulio Maria Corbelli, nel lontano 2005, mi chiese di contattare il Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, per una intervista per Gay.it credevo fosse cosa ardua e dura. Contattai la sua segreteria e, dopo qualche ora venni richiamato: "Il Presidente è lieto di parlare con lei", mi disse una sua stretta familiare. Confesso una certa emozione quando sentii salutarmi al telefono da un uomo che aveva segnato la storia della nostra Repubblica; che era stato ministro negli "anni di piombo", attaccato per la sua politica ferma, contraria a qualsiasi formula di accettazione e di mediazione con chi si armava per distruggere la democrazia. Cossiga fu l'uomo dei misteri, ma anche della coerenza. Un uomo dello Stato. L'assassinio di Aldo Moro, credo, gli pesò molto ma non arretrò sul non trattare con i brigatisti. Con lui se ne va una parte della nostra storia, criticabile e criticata, ma questo ce lo racconteranno gli storici. Fu anche il primo Presidente della Repubblica a ricevere una delegazione dell'Arcigay.

Con il Presidente si affrontò subito la questione con cui aveva fatto discutere i giornali in quei tempi: matrimonio e adozioni per le coppie omosessuali. Quando gli chiesi come si definisse, rispose: "Cattolico penitente e liberale impenitente". Per questo, spiegò, il matrimonio era per lui un sacramento destinato alla procreazione, fermo sui valori giudaico-cristiani, alla base della sua cultura.

“La mia cultura - disse il Presidente Cossiga -, le convinzioni personali, la mia idea di famiglia nata dal matrimonio e quindi il mio sentire di cristiano religioso occidentale ma anche orientale, mi impediscono di guardare oltre questi intensi valori. D'altro canto non posso certamente non prendere atto che dalla convivenza di fatto tra soggetti non eterosessuali o eterosessuali, possono derivare delle obbligazioni morali che, per l'ampiezza del fenomeno, debbono a mio avviso trovare una sanzione di carattere giuridico. Le faccio un esempio: una coppia di non eterosessuali…”

Lo interruppi, chiedendogli perché non usasse il termine "omosessuale" o il più anglosassone "gay". Se ne uscì con una delle risposte più belle e sincere che mi lasciò felicemente stupito.

Perché purtroppo - rispose il Presidente - è stato caricato di significati dispregiativi; mi sembra da parte mia più rispettoso usare il termine "non eterosessuali". Sul rispetto morale vi è ancora molta strada da compiere; ogni denigrazione o finta spiritosaggine nei confronti dei gay o delle lesbiche è qualcosa che molto mi ricorda la discriminazione nei confronti degli ebrei e su questa strada si va verso altri disastri.

Oggi a sentire queste frasi pare essere in un'altra storia, lontana dai giorni nostri dove la denigrazione o la finta spiritosaggine verso gay e lesbiche si è tradotta in violenza. Persino tra gli uomini con alte responsabilità politiche.

Così, per spiegare il suo pensiero del perché chiedeva ai legislatori una legge di tutela sulle coppie di fatto non eterosessuali, disse:

“Una coppia di non eterosessuali convive assieme per 20 anni. Gli ultimi 10 della loro convivenza sono contraddistinti da una lunga, dolorosa fine per una malattia. L'altro dedica la sua vita all'assistenza del ragazzo. Ora, le sembra che abbia più diritto ad una eredità, anche senza testamento, costui o un nipote che si è trasferito in Australia? Magari avevano una casa e il partner viene cacciato via. Direi che per risolvere questo problema, basterebbe la parabola del buon samaritano. Per questo ho sempre consigliato agli amici sempre e comunque di sposarsi. Innanzitutto [gay e lesbiche, ndr] non devono essere apolidi di una società civile, nel ricordarci anche gli esempi evangelici. Certo, non sarà una cosa facile. Naturalmente, questo lei lo comprende, io non sono per il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Questo per una concezione filosofico-antropologica, prima che religiosa, anche se i problemi sono gli stessi. Le dico una cosa però: mi sembra molto più contrario all'ordine ritenere che uno abbia diritto ad avere un figlio con inseminazione eterologa e che questo bambino non sappia chi è il padre, che non riconoscere i diritti giuridici che possono discendere da una convivenza tra due non eterosessuali.”

In quella felice e indimenticabile occasione, chiesi al Presidente emerito sulla bocciatura di Buttiglione a Bruxelles e su Romano Prodi, allora vessillo vivente del nascente Ulivo. Sibillino e divertente sull'ex presidente del Consiglio, l'unico ad aver scalzato l'attuale premier.

La differenza tra me e lui sa qual è? Siamo stati entrambi educati in parrocchia, con la differenza che io sono stato educato in oratorio a tirare calci ad un pallone e lui è stato educato in sacrestia. Insomma, un po' di muffa. Sa cosa avrei fatto io al posto di Buttiglione? Avrei detto: non rispondo perché questa è materia di competenza che non riguarda voi. Poi, con molto garbo mi sarei rivolta alla signora [la liberale olandese Sophie In't Veld, n.d.r.] e le avrei chiesto: "Scusi, lei è lesbica?". Se questa si fosse risentita urlando, le avrei replicato che era una persona intollerante e irrispettosa verso i suoi colleghi. Ma per fare questo bisogna essere un po' sfacciati come lo sono io.


Infine chiesi al Presidente Cossiga: l'omofobia è di destra o di sinistra?

“Si ripartisce equamente, solo che è politically correct a sinistra anche uno che disprezza gli omosessuali”

L'anno successivo all'intervista, gli scrissi una lettera aperta su una diaspora che si era aperta tra noi e la Chiesa di Roma, dopo un suo articolo pubblicato da Libero, in cui continuava a difendere le nostre libertà, mantenendo la sua posizione sui precetti cattolici.

"Il problema tra noi e la Chiesa - scrissi - è, come dire, un vuoto non solamente lessicale ma anche di dialogo e nemesi culturale. Insomma, loro dicono: digiuno; noi diciamo pane. Loro ci accettano casti e noi, che religiosi (intesi come voti sacerdotali) non siamo, chiediamo che si sviluppi nel clero il dialogo sull'uso dei preservativi per non morire condannati da una malvagia malattia. Non comprendiamo neppure le ostilità che puntualmente si aprono a giugno con le varie ricorrenze dei Gay Pride. Noi, caro Presidente, non siamo anticattolici e non credo che ci sia stato esibizionismo anticattolico alla Parata di Torino. Magari anticlericale, che è altro. Io, però, sono convinto da sempre che noi mai dobbiamo prendercela con il Vaticano e il suo clero (salvo, ovviamente quando – e succede – S.E. Ruini o chi per lui, lancia anatemi tremendi contro il popolo glbt per lasciarli apolidi dei diritti). Dico, invece, che le nostre rivendicazioni, le nostre battaglie devono rivolgersi verso i legislatori italiani perché comprendano che stiamo ai margini europei non solamente sul Pacs, facendo loro presente che il governo della passata legislatura ha stravolto le direttive europee sulla salvaguardia delle nostre dignità e che, quindi, occorre una correzione. Siete Voi della politica con cui noi omosessuali dobbiamo scontrarci, dialogare, confrontarci, sentirci cittadini. Ed è vostro compito ascoltarci, restituirci libertà che in quasi tutta Europa sono leggi dello Stato. Ricordo che nella nostra intervista, Lei ebbe parole di grande speranza anche per le famiglie di fatto che vivono con figli e li crescono, mi creda, caro Presidente, con amore e abnegazione totale. La politica non può eternamente pensare che i diritti di coppia non possono essere tutelati per non rischiare simil-matrimoni. È anche falso che la Costituzione ci vieti legami, anche a detta di esimi giuristi, e nella ragione che oggi vivono famiglie che i nostri padri costituenti non potevano averne conoscenza. Sappiamo che la Chiesa ufficiale è contraria al Pacs, ma le Istituzioni non possono obbligarsi questo divieto facendo sentire a suoi cittadini un “non possumus” che arriva d'Oltretevere. Siamo pur sempre una Nazione laica e indipendente. Cionondimeno, apriamo, ove possibile, un dialogo con la Chiesa e i suoi rappresentanti, ma senza veti e con la cristianità che accompagna molti. Desideriamo che proprio gli eterosessuali comprendano a fondo i nostri problemi e il nostro desiderio di essere cittadini come loro e quindi ben vengano signore e signori che sposano le nostre cause. In fondo, anche Lei, esimio Presidente, avendo amiche e amici omosessuali, potrà comprenderci e aiutarci. La ringrazio di cuore e spero questa mia non l'abbia portata alla noia".

Oggi, saluto con deferenza, un uomo di Stato, ringraziandolo per i servigi che ha dato alla nostra nazione, e per il suo impegno verso la nostra comunità. Grazie Presidente Francesco Cossiga.